Ne vale la pena soprattutto quando si sorvolano le isole: dall’alto, una visione entusiasmante. Volare mi piace e non mi fa paura; semmai, a volte provo solo un timore contenuto e ragionevole. Mi piace perché volando – che si tratti di una breve tratta o di un volo intercontinentale - mi si svela sotto gli occhi tutta la geografia che ho amato nei libri della scuola.
Al check-in, chiedo sempre un posto-finestrino e se riesco ad ottenerlo, il volo mi tiene incollata al doppio vetro dell’oblò. Mi piace vedere lo zoom alla rovescia che dal decollo in poi, fa della terra un paesaggio di puro graficismo. Mi piace entrare nelle nuvole, per poi superarne il primo strato e ritrovare nei diecimila metri, il sole. Mi piace sorvolare gli oceani e guardare la loro splendente e reiterata solitudine. Mi piace, dall’alto, indovinare il profilo di una costa, associarlo ad un reale nome. Certe volte, in volo, vorrei tanto andare nella cabina di comando, e chiedere ai piloti mille cose che lassù, solo lassù mi vengono alla mente.
Però, tra tutte le variabili del volo, quella che ho sempre preferito accade sui piccoli aeroplani da “turismo”. Volano più bassi e meglio mi consentono di conoscere e di riconoscere. Uno dei voli più spettacolari della vita l’ho fatto sopra l’arcipelago delle BVI. Eravamo in tre: io il pilota e un fotografo impegnato a fare un reportage aereo. In quel caso, il fotografo fece smontare il portellone destro del piccolo veivolo per poter fare le riprese “comme il faut”. Io ero passeggera e niente più, ma il fotografo in questione mi chiese la cortesia di passargli le pellicole man mano che gli scatti della Nikon le esaurivano. Dissì di sì – con piacere. Il Piper decollò dalla pista sabbiosa di Anegada e in pochi secondi, si aprì alla nostra vista un miracolo visivo. Il mare della laguna era turchese ma tempestato di macchie blu cobalto. Un blu, che faceva male agli occhi. La cintura del reef era segnata da un pizzo di schiuma delle onde che vi si rifrangevano e dall’alto, segnavano un eccitantissimo contrasto con il blu oceanico. Io ero ipnotizzata. A certe cose non ci si abitua mai.
D’improvviso, il fotografo cambiò la sua pellicola e in tono perentorio mi chiese di porgergli la successiva. Io non ero pronta. È vero, mi ero impegnata a farlo, ma ero stata soggiogata da quel film dal vero che mi aveva presa per la gola. Spazientito ed irritato per aver perso alcuni magici secondi, riprese a scattare. E scattò. Per un’ora intera. Scattò sugli ultimi lembi di barriera corallina di Anegada. Scattò sui profili verdi-azzurri di Dog Island e Peter Island. Macinò fotogrammi al momento di sorvolare Virgin Gorda. Immortalò tutte le isole.
Dava al pilota ordini del tipo: “ripassiamo sopra quel fondale celeste, ma voglio avere alla mia destra i graniti di The Baths! Capito? ”
Si ripassava allora sopra quella meraviglia: lui, il fotografo pensava giustamente alle sue immagini da scattare giuste rispetto alla direzione della luce. Io, che avevo imparato a scartargli e passargli le pellicole in automatismo, pensavo solo a quello che vedevo. Quello che vedevo, era irresistibile. Domani, forse, sarei andata laggiù a piedi nudi tra i graniti e la sottilissima sabbia. Ma in quel momento, assorbivo la visione di un mondo ideale, visto integralmente. Emozionata dalle infinite varianti degli azzurri. Sedotta dalle lusinghe di uno scenario così forte e impertinente.
Sono atterrata dopo un’ora di volo trascorsa sopra ad una cosa che somiglia all’idea di perfezione. Sono scesa a terra con un bagaglio che prima di salire non avevo ma che da allora, non voglio scrollarmi più di dosso perché ad esso è legata la mia facoltà di discernere le cose semplicemente belle, dalle cose così belle da sembrare irraggiungibili.
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