Wish I was here..
4 ottobre 2008 da Alice1.000 bolle blu
14 luglio 2008 da AliceChe tristezza il lunedì mattina.. invece che annegati fra le cose da fare a lavoro ci si vorrebbe trovare in tutt’altre acque..
decido allora di mettermi di buon umore grazie a queste immagini trovate su YouTube per superare il grigiore della mattinata. E devo dire che che da brava diver quale sono ho apprezzato molto: è un video molto vicino alla realtà!
Buona visione dunque, io torno col cuore e con il pensiero alle mie isole e ai loro fondali: non ci saranno più (forse) tesori nascosti dai bucanieri ma che bellezza perdersi fra le mille bolle blu del relitto più famoso dei Caraibi!! ![]()
Signori, ecco a voi (con tanto di colonna sonora pro-buon umore) l’R.M.S. Rhone, a largo di Salt Island
Alba chiara a Virgin Gorda
3 luglio 2008 da Alicechiedo venia a tutti coloro che hanno trovato la pagina non aggiornata per un po’..
Non sono stata troppo bene ultimamente, ma adesso sono in forma, e ha contribuito a tirarmi un po ‘ su il morale il ricordo delle mie isole.. ad esempio, guardate qua questo scatto di una bellissima alba a Virgin Gorda ![]()
Alice
Dire spiaggia è riduttivo
30 maggio 2008 da AliceQuando leggo sui giornali le classifiche di Condé Nast Traveller e la vedo, sul podio delle spiagge più belle del mondo, mi dico che sì: tra le migliaia che ho visto, The Baths è davvero di irripetibile bellezza. Ma poi, pensandoci, chiamarla solo spiaggia non dà l’idea della follia geologica che la contraddistingue. La spiaggia esiste, certo, e si allunga per quasi 900 metri ma la sua prerogativa è la sequenza del granito, scolpito in massi enormi che in modo grandioso e surreale ne disegnano anfratti, grotte, piscine naturali.
Dal villaggio di Spanish Town, la strada che porta ad ovest dell’isola di Virgin Gorda, finisce dove il promontorio comincia ad essere tempestato di rocce tondeggianti.
Un bistrot a palafitta di foggia coloniale (si chiama Top of The Baths) vi dice che siete quasi al dunque.
Un sentiero scende tra le agavi e le bouganville, serpeggia fin alla prima luna di sabbia dove l’esuberanza del granito che si erge sulla riva è una magnifica visione. Ma siamo solo all’inizio. Dall’ultima imponente roccia a sinistra della spiaggia, si apre un varco minuscolo che è l’incipit del sentiero più stupefacente che abbia visto mai. A tratti, è “addomesticato” da un camminamento in teak che consente di percorrere il dedalo fantastico tra i massi di granito e le anse marine che tra questi si nascondono. Chi ce li ha messi qua? Viene da chiedersi. Sembrano giganti posati sulla riva da una mano ribelle e visionaria. L’eco dei passi e delle voci si stempera nell’acqua che ha il colore perlaceo del turchese. Ogni tanto, le sculture di granito danno tregua ad una piccola spiaggia dove verrebbe voglia di fermarsi. Ma i passaggi successivi, rasenti a quel granito rosa affondato nella sabbia, inducono in tentazione irrimediabile. Un’emozione primitiva ti fa desiderare di voler essere l’unica persona – anzi la prima – ad aver scoperto quella meraviglia. Tra te e te, dici che – domattina ci tornerò da sola, all’alba, per sentirne fino in fondo la forza primordiale. The Baths vista dal mare è una bizzarra e spettacolare spiaggia; ma penetrata dentro il suo segreto non è più soltanto spiaggia. È la forma fantasiosa e impertinente di un’architettura naturale formatasi per imperscrutabili dinamiche geologiche. È un corto circuito dell’energia di terra e mare, che ha generato uno scenario non riproducibile.
A volte val la pena sorvolare..
23 maggio 2008 da AliceNe vale la pena soprattutto quando si sorvolano le isole: dall’alto, una visione entusiasmante. Volare mi piace e non mi fa paura; semmai, a volte provo solo un timore contenuto e ragionevole. Mi piace perché volando – che si tratti di una breve tratta o di un volo intercontinentale – mi si svela sotto gli occhi tutta la geografia che ho amato nei libri della scuola.
Al check-in, chiedo sempre un posto-finestrino e se riesco ad ottenerlo, il volo mi tiene incollata al doppio vetro dell’oblò. Mi piace vedere lo zoom alla rovescia che dal decollo in poi, fa della terra un paesaggio di puro graficismo. Mi piace entrare nelle nuvole, per poi superarne il primo strato e ritrovare nei diecimila metri, il sole. Mi piace sorvolare gli oceani e guardare la loro splendente e reiterata solitudine. Mi piace, dall’alto, indovinare il profilo di una costa, associarlo ad un reale nome. Certe volte, in volo, vorrei tanto andare nella cabina di comando, e chiedere ai piloti mille cose che lassù, solo lassù mi vengono alla mente.
Però, tra tutte le variabili del volo, quella che ho sempre preferito accade sui piccoli aeroplani da “turismo”. Volano più bassi e meglio mi consentono di conoscere e di riconoscere. Uno dei voli più spettacolari della vita l’ho fatto sopra l’arcipelago delle BVI. Eravamo in tre: io il pilota e un fotografo impegnato a fare un reportage aereo. In quel caso, il fotografo fece smontare il portellone destro del piccolo veivolo per poter fare le riprese “comme il faut”. Io ero passeggera e niente più, ma il fotografo in questione mi chiese la cortesia di passargli le pellicole man mano che gli scatti della Nikon le esaurivano. Dissì di sì – con piacere. Il Piper decollò dalla pista sabbiosa di Anegada e in pochi secondi, si aprì alla nostra vista un miracolo visivo. Il mare della laguna era turchese ma tempestato di macchie blu cobalto. Un blu, che faceva male agli occhi. La cintura del reef era segnata da un pizzo di schiuma delle onde che vi si rifrangevano e dall’alto, segnavano un eccitantissimo contrasto con il blu oceanico. Io ero ipnotizzata. A certe cose non ci si abitua mai.
D’improvviso, il fotografo cambiò la sua pellicola e in tono perentorio mi chiese di porgergli la successiva. Io non ero pronta. È vero, mi ero impegnata a farlo, ma ero stata soggiogata da quel film dal vero che mi aveva presa per la gola. Spazientito ed irritato per aver perso alcuni magici secondi, riprese a scattare. E scattò. Per un’ora intera. Scattò sugli ultimi lembi di barriera corallina di Anegada. Scattò sui profili verdi-azzurri di Dog Island e Peter Island. Macinò fotogrammi al momento di sorvolare Virgin Gorda. Immortalò tutte le isole.
Dava al pilota ordini del tipo: “ripassiamo sopra quel fondale celeste, ma voglio avere alla mia destra i graniti di The Baths! Capito? ”
Si ripassava allora sopra quella meraviglia: lui, il fotografo pensava giustamente alle sue immagini da scattare giuste rispetto alla direzione della luce. Io, che avevo imparato a scartargli e passargli le pellicole in automatismo, pensavo solo a quello che vedevo. Quello che vedevo, era irresistibile. Domani, forse, sarei andata laggiù a piedi nudi tra i graniti e la sottilissima sabbia. Ma in quel momento, assorbivo la visione di un mondo ideale, visto integralmente. Emozionata dalle infinite varianti degli azzurri. Sedotta dalle lusinghe di uno scenario così forte e impertinente.
Sono atterrata dopo un’ora di volo trascorsa sopra ad una cosa che somiglia all’idea di perfezione. Sono scesa a terra con un bagaglio che prima di salire non avevo ma che da allora, non voglio scrollarmi più di dosso perché ad esso è legata la mia facoltà di discernere le cose semplicemente belle, dalle cose così belle da sembrare irraggiungibili.
http://www.fly-bvi.com
Aloe Vera che più vera non si può..
21 maggio 2008 da AliceNell’attesa che l’anticiclone delle Azzorre si stabilizzi sul Mediterraneo e ci consenta di prendere il sole come piace a noi latini, vi suggerisco il modo per non andare incontro a scottature e conservare il vigore della pelle. Ero sulla spiaggia di Savannah a Virgin Gorda, stesa senza moderazione al sole come tante volte ho letto che non si deve fare. A un certo punto è passato sulla spiaggia un ragazzino con un cesto pieno di foglie di Aloe Vera.
Ne ho acquistata una e ho fatto come spiegatomi da lui e come poi ho saputo che si fa da sempre al sole dei Caraibi. Si apre la carnosa foglia ed ecco che la polpa verde si presenta esattamente come il gel che compriamo in farmacia. Ci si spalma il corpo: prima dopo e durante il sole. La pelle beve il prodigioso succo e il sole, da nemico potenziale, diventa amico, docile, tingendoci la pelle senza i suoi collaterali effetti. Anzi, nutrendola di preziosa clorofilla e donandole tono ed elasticità. Alle Vergini, l’Aloe Vera cresce spontanea dappertutto: la trovate fresca e davvero vera.
A Tortola, la Clinica Olistica ne ha fatto la base dei suoi trattamenti medici ed estetici.
The Sanctuary Holistic Therapy Centre, Tortola: sanctuary@surfbvi.com
La diagnosi di un’isola
13 maggio 2008 da AliceHo sempre pensato che ogni isola è “privata” per definizione, dato che il suo perimetro delimita uno spazio eletto. Eppure, quand’essa è privata anche nel senso più concreto del termine, acquista certamente un appeal particolare. Come Peter Island, che ospita l’omonimo resort e che Condè Nast Traveller ha inserito nella sua classifica di “Best Places to Stay in the World” and “Top 20 Islands”.
Una prerogativa, quella di un dorato isolamento marino, che accende in ogni ospite che lo frequenti la sensazione di un profondo privilegio, di una identificazione con l’isola stessa come fosse un’entità vivente che lo riflette, che lo assimila alla sua insularità.
Lo scrittore Lawrence Durrell, analizzò questa sorta d’incantesimo nel suo romanzo Riflessi di una venere marina. Scrisse così:
“Da qualche parte, ho trovato una volta un elenco di malattie non ancora classificate dalla scienza medica; tra queste compariva il termine “islomania”, descritta come un’afflizione dello spirito rara, ma per nulla sconosciuta. C’è gente che trova le isole irresistibili. La semplice consapevolezza di trovarsi su un’isola, un piccolo mondo circondato dal mare, provoca loro un’inspiegabile ebbrezza.”
Soffro anch’io di quella malattia e non ne guarirò mai. Credo che ne soffrisse anche il magnate norvegese Torolf Smedvig che alla fine degli anni ’60 sperimentò di Peter Island i doni di una natura verginale. Vi costruì il lussuoso ma discretissimo resort che tutt’ora contagia di quella malattia chi vi si abbandoni con il corpo e con la mente. È allora che l’isola la si sente respirare e a poco a poco, prenderci per mano e accompagnarci nel segreto delle sue cinque spiagge.
Come un atollo del Pacifico
16 febbraio 2008 da AliceLo dice il nome: Anegada.
In effetti, emerge dal mare così poco (5 metri nel punto più alto) che quando l’avvisti da lontano, forse è troppo tardi per evitare d’incagliarsi nei suoi banchi di corallo.
La sua laguna è una delle più vaste del mondo e la circonda con un cordone di reef quasi ininterrotto. Sottile ma estesa per 20 chilometri di lunghezza e solo tre di larghezza, nel punto di massimo spessore. Più mare che terra. Anzi, più mare che sabbia, dato che è tutta sabbia corallina.
Una follia geografica, perché atolli così se ne trovano solo in Oceania. Parlerò spesso di quest’isola quasi surreale ma oggi, voglio solo raccontarvi un piccolo buffo aneddoto. Ero insieme ad un amico nell’unico lodge dell’isola, il Reef Hotel.
I proprietari hanno anche un’attività di pesca di aragoste. La laguna ne è ricchissima e l’aragosta di Anegada arriva sulla tavola di gran parte dei Carabi.
Insomma, al Reef Hotel, non potevamo mangiare che aragosta, freschissima naturalmente.
Vedemmo una coppia, forse americana.
Entrambi – diciamo – in carne. Arrivati lì con un Piper, volevano evidentemente sperimentare l’ebbrezza di un atollo. Si sedettero al tavolo di legno ai bordi del pontile, scorsero il breve menù che indicava due o tre modi di gustare l’aragosta, e infine, ordinarono una frittata di cipolle. La morale dell’aneddoto è che bisognerebbe sempre sapere dove si va e cosa si desidera….
Quella volta che i delfini non li ho fotografati
5 febbraio 2008 da AliceÈ accaduto a metà mattina nel canale che separa Guana Island da Tortola.
Ero con amici in barca con un mare quasi piatto e appena un alito di vento. Prima di vederli, ne ho sentito lo sciacquio sotto la prua: erano due delfini che giocavano. Prima di allora, li avevo “visti” tante volte i delfini in libertà.
Ma solo quel mattino, in realtà, li vidi davvero. Tutte le volte precedenti facevo così: appena mi accorgevo che si strusciavano fuori bordo, scendevo sottocoperta concitata. Prendevo la mia vecchia Nikon, risalivo come una saetta e mi mettevo a prua con l’occhio ipnotizzato nel mirino. Ho fatto qualche bella foto come questa che vi mostro; alcune sono mosse: i delfini in movimento da una barca in movimento sono una sfida alle emozioni, quelle che ti impediscono di rimanere freddo e immobile. Ma a pensarci bene, in tutti quei frangenti, io i delfini non li ho visti. li ha visti per me il mio teleobbiettivo. Li ha fatti diventare ricordo prima ancora che fossero un presente. Mettevo tra me e loro questo maledetto filtro.
E quell’attimo fuggente, diventava immortale prima ancora di essere esistito.
Ecco perché quel giorno nel mare delle Vergini, mi sono imposta di non tirare fuori alcuna fotocamera. Ho deciso di star lì, guardarmeli bene lì sotto il pulpito di prua, ad appena un metro dai miei occhi.
Cinque minuti di meravigliosa vita naturale senza pixel, ma ad altissima definizione.
Che nel tempo, è sbiadita meno di un’immagine.
Mi son data nome Alice, un nome che ho amato fin da quando lessi la favola di Lewis Carrol, anche se a me piace soprattutto perché è il nome di un pesce. Un pesce azzurro (che si avvicina al blu, mio colore preferito) che col suo guizzo argentato solca instancabilmente tutti i mari, da piccolo grande migratore quale è...