Fuga da New York

15 settembre 2008 da Alice

No, il film di John Carpenter non c’entra: la fuga da New York di cui voglio raccontarvi è quella di Davide Pugliese. Quante volte avete sentito dire – o addirittura pensato voi stessi: “lascio tutto e vado a vivere su un’isola”.
Lui l’ha detto e poi l’ha fatto. E non che la vita gli andasse poi così male, anzi. Davide, nato a Torino e cresciuto a Firenze, era partito ventenne per New York dove nel cuore di Manhattan aveva aperto il suo studio fotografico. Ha lavorato tanti anni con successo: servizi di moda per Vogue e Cosmopolitan, entourages di artisti, via vai di bellissime donne. Il suo studio era un crocevia sempre affollato e Davide, tra un set e l’altro amava cucinare per gli amici. E cucinava bene. Tutti a dirgli: “dovresti aprire un ristorante!” Un giorno, mentre era in Australia per vacanza, conobbe Cele, un’australiana che navigava a vela in giro per il mondo e che divenne sua moglie. Anche a Davide Pugliese piaceva molto il mare. Tanto che poco tempo dopo presero insieme la grande decisione: fuggire da New York. Cercare un’isola dove inventare un’altra vita.
Entrambi conoscevano le Isole Vergini Britanniche e scegliere Tortola fu una scelta naturale. Oggi la loro casa si chiama Brandywine Bay; e a mio parere è il miglior ristorante di Tortola: affacciato sulla spiaggia che guarda il Sir Francis Drake Channel, è ideale per assaporare piatti deliziosi in una cornice straordinaria. Chiudete gli occhi: non vi immaginate già li? Eccovi: una terrazza sul mare, cena a lume di candela, e Davide che vi illustra come ha saputo combinare i sapori del mare e quelli della terra, giostrando magistralmente l’incontro tra gli ingredienti locali con quelli mediterranei: conch e callaloo, basilico e olio di frantoio extravergine di oliva, la pasta all’uovo fatta a mano, pesce caraibico e ottimi vini.
E non è finita: c’è anche il gusto di sapere che i sogni si possono tradurre in vita vera. Bisogna solo crederci e partire.
Ieri ho voluto salutarli e ci siamo parlati su Skype, a chiacchierare di come sono andate le vacanze. Per Davide e Cele non sono ancora finite, il Brandywine riapre a fine ottobre.

Rum, una storia di mare

22 agosto 2008 da Alice

Ebbene sì, non l’avrei mai detto ma rum e mare si sono a lungo mescolati: hanno disegnato due secoli di storia nei Caraibi e soprattutto nelle BVI, da quando l’arcipelago divenne colonia d’Inghilterra. Come già sapete, nelle zone del Tropico la canna da zucchero già allora rivestiva le pendenze dolci delle isole più grandi e i mulini a vento alimentavano le distillerie dove la canna fermentata e diventava rum pregiato. E fu alla fine del 1700 che a bordo dei velieri della Royal Navy – uno di questi si chiamava “Purser” – fu disposto che il capitano distribuisse a ciascuno dei marinai imbarcati una pinta giornaliera di rum, da allungare con acqua, affinché alleggerisse loro gli animi e col suo aroma profumato appagasse i sensi. Il gergo di bordo trasformò il nome del veliero in Pusser, nome che tuttora designa il rum più pregiato prodotto nelle Vergini Britanniche.
Il rum, personalmente, mi piace gustarlo soprattutto versato nel succo fresco di frutta tropicale: gli conferisce una sensualissima fragranza che mi pare ogni volta si mescoli alla salsedine dell’aria e faccia tutt’uno con questa. E dunque, mi riporti a quella memoria lontana nella quale le radiose solitudini del mare si scioglievano nel palato e poi nel cuore.

Un brunch con i pirati

5 luglio 2008 da Alice

Di tutti i Carabi e non solo delle Isole Vergini Britanniche, Norman Island incarna l’isola dei pirati per antonomasia.
Non soltanto perché ad essa sono riconducibili le coordinate dell’isola del tesoro narrata da Stevenson. La sua posizione strategica sul canale di Sir Francis Drake nonché le sue grotte e insenature hanno davvero costituito un crocevia di avventure bucaniere. Proprio a Norman, al centro della profonda baia “The Bight” è ancorato dal 1989 un vecchio veliero non più attrezzato a navigare ma adattato invece Willie T logo - thanks to www.williamthornton.coma bar e ristorante fluttuante: The William Thornton.
Lo riconoscerete perché alle sartie dell’unico albero rimasto è legata una bandiera nera con l’inequivocabile Jolly Roger, il teschio bianco dal ghigno ammiccante, simbolo universale dei pirati.
La William Thornton, o Willy T, come è chiamata e conosciuta da tutti alle BVI, ha rovesciato i termini delle avventure piratesche e per favorire l’arrembaggio ha predisposto ai suoi fianchi bitte e parabordi affinché sia agevole l’ormeggio di chi voglia sedersi al tavolo del suo ponte in legno.
Dopo il bagno tra secche coralline di Norman Island o una nuotata ai bordi della bianca mezzaluna della spiaggia, quel barcone vecchio eWillie T - thanks to  www.williamthornton.com suggestivo che nel riverbero del sole appare come fosse in una favola, è pronto a rifocillare i bagnanti , velisti e ogni tipo di avventore con menu del tutto consoni al suo stile: pesce alla brace, insalata di conch, spremute di guyava e ovviamente, dell’ottimo rum. Il servizio è caraibico e senza troppi convenevoli e per salire a bordo è gradita una mise informale, meglio se si tratta di costume da bagno e poco altro!
Un mio amico skipper racconta che ci sono serate in cui si puo’ bere insieme ad un centinaio di marinai, velisti o avventori per caso!
Cosa aspettate a fare un tuffo e riemergere a bordo del caro vecchio Willy??

Speziato.. che bell’aggettivo!

26 maggio 2008 da Alice

Pesce, molluschi, conchiglie e sopra.. spezie a volontà!
È questa la cucina dei Caraibi che personalmente preferisco: fresca, aromatica, piccante. Ad alcuni non è così gradita e dunque sulla tavola, trovate infinite possibilità di gustare pesce o carne cucinati da chef “tolleranti” e comprensivi circa le universali abitudini del gusto. Eppure, vi consiglio di chiedere, anche là dove il menù non li riporta, i piatti semplici e veraci della cucina tradizionale delle Vergini di Sua maestà.
Il Conch, ad esempio, è una grossa conchiglia il cui guscio rosa viene usato come elemento di decorazione, e il mollusco pregiatissimo Conch - tks to capturedambiance.comviene marinato nella crema di cocco e lime, o stufato in fricassea o semplicemente grigliato. È squisito, ve lo assicuro.
La Lobster Salad è un’insalata freschissima a base di aragosta, cipollina cruda e foglie verdi ma altrettanto gustose sono la Tuna Salad e L’Avocado Salad.
La Callolou Soup è invece una zuppa di verdure e spezie che da sempre è il piatto principale della tavola domestica delle BVI. Un toccasana che ha il pregio di essere buonissimo.
Il dessert autoctono, nonché peccaminoso, è il Plantain, a base di banane fritte e la vaniglia fresca.
Infine, credo troverete ovunque gli Shrimp Creole, Shrimp creole - tks to http://rachelsbite.blogspot.comgamberetti conditi con spezie piccanti e scorza di lime, ottimo snack da gustare quando si vuole.
Ho nostalgia di quei sapori.. Ho tentato di cucinare allo stesso modo a casa mia ma il risultato, nonostante avessi abbondato con il chili, era davvero sbiadito.. Ma, in fondo, è un bene che le cose vadano così: che non tutto sia esportabile, replicabile, ripetibile. Il Caribe è Caribe.

Sotto il bikini, un dollaro

17 aprile 2008 da Alice

Due anni fa, nella primavera del 2006, è stato designato “The best waterfront beach bar in the Carribean”.The Painkiller Club - thanks to NordOvest
È il Soggy Dollar Bar, incastonato tra le palme di una delle spiagge più belle del mondo: White Bay, isola di Jost Van Dyke.
La barca sulla quale veleggiavo si è ancorata un pomeriggio nella baia e, guardando la spiaggia da lontano, quel bar appariva come una capanna o poco più, piantata sulla sabbia. Ho preso il sole stesa sul teck caldo della prua e prima che il sole cominciasse ad avere i colori rossi del tramonto mi sono tuffata e ho raggiunto a nuoto quella radiosa riva bianca. Ho camminato lungo tutto il bagnasciuga fino al famigerato punto di ristoro che è lì su quella spiaggia da più di quarant’anni. Mi è venuta voglia di un succo fresco di guyava anche se tutti chiedevano il cocktail della casa, l’arditissimo Painkiller: ananas, cocco, noce moscata e tanto rum. Mi sono avvicinata al banco e solo allora mi sono resa conto di non avere (ovviamente) il denaro per pagare. Il rasta che serviva ai tavoli mi ha detto “no problem, baby”the soggy dollar bar - Jost Van Dyke - thanks to ciasai invitandomi a sedermi e spiegandomi che la prossima volta avrei dovuto fare come di consueto avviene: sistemare un dollaro sotto il costume da bagno. Si chiama per questo Soggy Dollar, dollaro bagnato, perché il bello è proprio farsi un drink dopo una nuotata, liberi da borse, portafogli, cellulari che squillano. Ci pensano la brezza e il sole ad asciugar la banconota in una manciata di minuti. Dunque, sorseggiando il succo di guyava coi piedi affondati nella sabbia fine,the soggy dollar bar - particolare - thanks to ciasai mi son guardata intorno e ho notato che alle spalle del bar c’era annesso un minuscolo resort color pastello, il Sandcastle. Ero quasi dispiaciuta di essere su una barca a vela da crociera… mi sarei fermata eccome in uno di quei bungalow, per svegliarmi all’alba a camminare con l’acqua alle caviglie per cercare le minuscole conchiglie che la marea notturna riversa sulla
riva… Certo che non siamo mai contenti!

Sapore di mare

25 febbraio 2008 da Alice

In giornate come queste, quando l’inverno, bene che vada, tira fuori un sole freddo, mi viene voglia di partire al caldo. Nel mio armadio, il guardaroba estivo non è mai riposto ai piani alti. È tutto lì, nell’anta di sinistra a portata di mano: se anche non dovessi usarlo, già vedere i miei bermuda e la sacca dei costumi mi regola l’umore.the Sugar Mill restaurant - Tortola

C’è un’altra cosa che mi regola l’umore e mi fa riassaporare il languore del Caribe: cucinare le polpette di pesce alla creola, come quelle che ho gustato al Sugar Mill, un ristorante di Tortola che occupa una vecchia distilleria di rhum. Mi erano piaciute così tanto che mi feci dare la ricetta. the Sugar Mill cookbookPer carattere, non riesco mai a seguire pedissequamente le ricette ma questa è semplice davvero e, nelle sere d’inverno mi fa evadere in quel mondo speziato rimasto nella memoria dell’olfatto e del palato.
Io ve la trascrivo e se vi va di farla, poi ditemi se non è vero che anche il gusto è un vero viaggio.
Ingredienti:
1 kg di polpa di pesce bianco
1 bicchiere di latte di cocco
300 grammi di farina di cocco
olio di oliva
zafferano
pepe fresco
zenzero fresco
Spinate accuratamente il pesce ancora crudo (il trancio di un grosso pesce facilita l’operazione) e sminuzzatelo su un tagliere senza schiacciarlo così da conservarne la fibra. Mettete in una terrina e aggiungete 1/2 cucchiaino di zafferano, pepe fresco e i 3/4 della farina di cocco preventivamente stemperata nel latte di cocco. Mescolate e fate riposare 15 minuti. Preparate piccole polpette del diametro di 4-5 centimetri e impanatele sul restante cocco grattugiato. Cucinate in casseruola con un filo d’olio di oliva e servite con una grattugiata di zenzero fresco.