Sapete che un Caribe Golaverde non è un cocktail?

20 dicembre 2010 da Alice

…bensì un minuscolo colibrì dalle piume iridescenti!
Eh sì, le BVI nascondono tanti piccoli segreti, specialmente per quel che riguarda il mondo della fauna e della flora :)

Prendete ad esempio la myrciaria floribunda, che qui chiamano guavaberry, ma che non è da confondere con la guava: piccoli frutti tra il giallo e il rosso che contengono una polpa succulenta e che sono molto usati per produrre marmellate, succhi e, unite al rum, uno speciale liquore tipico del Natale a BVI.

O il particolarissimo soursop, conosciuto in tutto l’oriente come king fruit o durian. Dal sapore delizioso ma dall’acre aroma respingente.
Quest’anno a Natale chissà cosa berremo al posto del tradizionale spumante sotto l’albero qui alle BVI?

Anegada: piatta sul mare, rotonda di bellezza

10 maggio 2009 da Alice

Una rivista di viaggi inglese mi ha chiesto di scrivere un articolo su Anegada. Secondo voi, ho accettato o no?  Ho accettato, ho accetato… Ad una condizione però: due biglietti, andata e ritorno. Esclusivamente per voi, vi trascrivo i miei appunti personali di questa escursione di un solo giorno.
Ho buttato giù dal letto il mio amato skipper  molto presto perché il ferry da Road Town per Anegada parte alle sette del mattino. Il sacrificio di alcune ore di sonno è stato premiato: l’alba alle BVI è uno spettacolo da brivido.  Per il primo tratto di viaggio siamo stati sulla parte superiore del Ferry, poi abbiamo dovuto spostarci sul ponte coperto a causa del forte vento, così ho potuto  leggere il mio libro senza litigare con le pagine svolazzanti. Dopo circa un’ora ecco profilarsi chiaramente dal finestrino la sagoma di Anegada  con i suoi alti alberi di ananas. Ed ecco  il Reef di Horseshoe, una delle barriere coralline più vaste del mondo. Si snoda  come una lunga coda attorno all’isola.
Anegada è notoriamente piatta. Lo svela anche il suo nome di origine spagnola: isola sommersa, annegata. Ma attenzione, è piatta solo perché il suo terreno compatto come la roccia è a zero metri sul livello del mare, mentre è bella rotonda in fatto di bellezza e fascino… Il suo ecosistema è completamente diverso da quello delle altre Isole Vergini Britanniche. Per scoprirlo basta noleggiare un’auto.
Ci siamo diretti a nord e abbiamo fatto una piccola tappa a Bone’s Bight (probabilmente il nome di qualche pirata), per fare una passeggiata sulla spiaggia; poi ci siamo diretti verso la foresta dell’interno. Il mio skipper mi ha buttato lì un’acuta osservazione: “Se per ammirare la bellezza di un fiocco di neve occorre il microscopio,  la bellezza di Anegada va vista in un solo colpo d’occhio”.anegada_beach_bg.jpg
Non lo pensavo così romantico!
La foresta di Anegada è il paese delle meraviglie: splendidi fiori, arbusti spinosi, piante grasse ed eleganti orchidee mozzafiato che crescono avviluppate ai cespugli. Mentre camminavamo, all’improvviso, arriva una magia. Poco al di sotto del sentiero,  più di cento fenicotteri rosa ci stavano guardando dal Red Pond. Che spettacolo!!
Eppure Anegada non è solo famosa per la sua natura: le aragoste che si gustano qui sono leggendarie. La gente del posto le chiama card e le cattura al largo del reef . Noi le abbiamo assaggiate a Pomato Point sulla costa occidentale dell’isola: esageratamente deliziose!
A fine pranzo abbiamo visitato il museo di Pomato Point, all’interno dello stesso ristorante. Sono esposti oggetti trovati nei relitti tipo monete, anfore e argenteria varia recuperata dal fondo del mare. La collezione è di proprietà di Wilfred Creque, un abitante dell’isola. Più di 200 barche hanno fatto naufragio nei pressi del reef di Anegada nei secoli scorsi.
Il mio skipper dice che chi governava quelle barche non ci sapeva fare… Lo so: oltre ad essere romantico è anche un po’ spaccone :-)

Picnic al Gorda Peak

24 novembre 2008 da Alice

Un mattino di due anni fa – ero in vacanza a Virgin Gorda – mi son svegliata con la pelle che bruciava. Il giorno prima avevo preso troppo sole: mi ero stesa sulla sabbia dopo il bagno e lì mi sono addormentata. Dunque,  decisi di non andare al mare, di stare alla larga dalle tentazioni della spiaggia. È così che ho scoperto il Gorda Peak National Park, uno dei sedici parchi delle BVI.
Jeans leggeri, una maglietta bianca, scarpe da ginnastica, zainetto con un sandwich e una bottiglia d’acqua e ho chiesto al taxi di accompagnarmi all’ingresso dell’area naturale che si estende a nord dell’isola.
Il cielo ero limpido e l’aliseo procurava una piacevole frescura, soprattutto quando mi sono inoltrata nella piccola foresta pluviale tramite un sentiero ben segnato. Nelle  ombre verdi di quella giungla così vicina al mere se pure sita a 400 metri di altitudine, ho visto tante varietà di orchidee native.
E poi tanti uccelli tropicali e immobile su un ramo, un geco di bellissima livrea, quasi dorata.
Nel versante del parco che si affaccia verso ovest, l’habitat è più secco e vi crescono numerosi cactus, anche di grandi dimensioni. Nella sommità del parco i ranger hanno sistemato dei tavoli di legno da picnic dei quali ho naturalmente profittato per consumare la mia gustosa colazione. Lì vicino vi è una torre di legno approntata come belvedere panoramico. gorda_peack_virgin_gorda.JPGDevo dirvi che lo scenario era magnifico: da una parte all’altra vedevo tutto l’arcipelago. Scorgevo pure qualche spiaggia,  i piccoli isolotti del North Sound, i blu e i celesti dei fondali. Insomma, anche quel giorno, in fondo, sono stata al mare, abbracciandolo tutto in un solo sguardo.

1.000 bolle blu

14 luglio 2008 da Alice

Che tristezza il lunedì mattina.. invece che annegati fra le cose da fare a lavoro ci si vorrebbe trovare in tutt’altre acque..
decido allora di mettermi di buon umore grazie a queste immagini trovate su YouTube per superare il grigiore della mattinata. E devo dire che che da brava diver quale sono ho apprezzato molto: è un video molto vicino alla realtà!
Buona visione dunque, io torno col cuore e con il pensiero alle mie isole e ai loro fondali: non ci saranno più (forse) tesori nascosti dai bucanieri ma che bellezza perdersi fra le mille bolle blu del relitto più famoso dei Caraibi!! :-)
Signori, ecco a voi (con tanto di colonna sonora pro-buon umore) l’R.M.S. Rhone, a largo di Salt Island

Le barriere dell’amore

12 giugno 2008 da Alice

L’amore è quello degli squali e le barriere sono quelle coralline di Anegada.Sharks in Anegada reef - tks to http://www.gallagherstravels.com/international_places/Caribbean/BritishVI/
Alcuni anni fa sono andata a vedere se era vero, come un’amica mi aveva raccontato: se era vero che gli squali, durante l’estate dei Caraibi si accoppiano in pochi palmi d’acqua e che tra i luoghi preferiti ci sia la laguna di Anegada. Era un fine agosto senza vento (in quel mese anche gli alisei vanno in vacanza) e il luogo suggeritomi, Loblolly Bay, era immobile, trasparente come il fondo di un bicchiere. Come indicatomi, attesi l’imbrunire sulla spiaggia ché gli squali (come di consueto) si avvicinano alla riva quando la luce non è più violenta. La specie diffusa tra le isole, come in gran parte dei mari tropicali è lo squalo di barriera detto “pinna bianca”: una specie non pericolosa che si limita a pattugliare la barriera in cerca di pesce cui nutrirsi e solo all’età di quattro o cinque anni comincia a riprodursi. Ovvero, quando ha raggiunto la sua lunghezza massima: poco più di un metro. Vive generalmente fino a 25 anni ed è abitudinario circa il luogo scelto per l’accoppiamento. Per questo sono andata fiduciosa a Loblolly Bay. Ci sono arrivata in bicicletta partendo dalla pista sabbiosa di Settlement, l’unico minuscolo villaggio di Anegada. Isola piatta come l’istmo di un atollo: perfetto per andare in mountan bike, tanto più che gli stagni salmastri a ridosso dal mare sono frequentati dai fenicotteri rosa che sembrano scortare il tuo passaggio.
Verso sera, mentre aspettavo in silenzio seduta su una duna della riva, li ho intravisti, finalmente. Erano cinque o sei, nuotavano nel bassofondo a cento metri dalla riva e distinguevo la sagoma e le pinne ed il loro lento movimento. Poi all’improvviso è sceso il sole e il buio sopraggiunto ha protetto i loro giochi e la loro intimità. Quella notte ad Anegada mi sono addormentata pensando a quanta vita ci fosse dentro la laguna; a tutta la vita visibile e invisibile che sempre e comunque procura un’emozione.

Se avessi un grande amore lo porterei a Guana

26 marzo 2008 da Alice

una delle spiagge private dell’isola resort di Guana island - thanks to Guana Island ResortVe l’ho già detto: le Isole Vergini Britanniche annoverano scenari di tante isole del mondo. Così come Anegada vi fa credere di essere in un atollo del Pacifico, l’isola di Guana è invece una scheggia di Mediterraneo. Anzi, per essere precisi, pare un’isoletta greca. Se non fosse stato per le palme della spiaggia averi giurato di essere nel cuore dell’Egeo. Un’isola privata di cui l’intera superficie, 340 ettari, è riserva naturale e come suggerisce il nome, le iguane vi proliferano indisturbate e inoffensive. Sulla sommità dell’isola c’è un’edificazione che risale al 1700 ed era stata la dimora di un colono inglese. La Great House è di pietra, intonacata di bianco con le porte e le persiane dipinte di azzurro.
Un gelsomino riveste in parte la facciata e il suo profumo entra in ogni stanza. Gli arredi sono caldi, domestici, un po’ retrò e anch’essi di gusto mediterraneo. Una colta biblioteca è posta nel salotto a lato dell’ingresso e oltre il salone principale si apre una delle più suggestive terrazze del Caraibi. La casa si disloca seguendo il profilo della sommità, con piccole terrazze e stanze incastonate nella pietra che dall’alto guardano lo smeraldo del mare. L’isola sembra da sempre appartenere a quella casa e, viceversa, quella casa all’isola. Forse non dovrei rivelare le mie personali preferenze ma mi concedo un’eccezione: la Great House è stata la mia residenza preferita di tutto l’arcipelago. Ah, perché dimenticavo di dirvi la cosa più importante: l’antica dimora è ora un piccolo esclusivo resort; il luogo eletto per isolarsi e riuscire davvero a immaginare come fossero le atmosfere di un’isola prima che il turismo fosse una parola conosciuta.

Una scogliera di corallo che si chiama come me

4 marzo 2008 da Alice

Proprio così: Alice’s Wonderland è il suo nome.
Età: milioni di anni.
Sesso: femminile (sì, perché il mare è di natura femminile, di questo sono convinta). Indirizzo: Ginger Island, n° 12 (dodici sono i metri di profondità in cui fiorisce).
Segni particolari: affollatissimo. Affollatissimo di fauna tropicale.

Io non amo particolarmente andare in acqua con le bombole; preferisco la libertà dello snorkeling, il bagno senza muta, senza gav, senza accessori fuorché la maschera e le pinne. Ma certe volte, quando vale la pena allora sì, mi adatto a quella vestizione e vado a vedere giù che cosa c’è. Mai troppo a fondo: mi piace che il corallo sia ancora illuminato dal sole che filtra e mostri tutti i suoi colori. Ebbene, in questo reef di Ginger Island , che è un’isoletta selvaggia e deliziosa, c’è un vero giardino di gorgonie verdi e rosso porpora e poi madrepore dove girano intorno decine di pesci farfalla, razze, e piccoli squali di reef assolutamente inoffensivi.
Il mare è limpidissimo e risalendo in superficie mi sono resa conto che anche lì, in poche spanne d’acqua s’erano radunati sciami di pesci argentati e colorati. Ero avvolta in una nuvola ed ho capitò perché qualcuno chissà quando, ha messo a questo sito corallino il nome di Alice e delle meraviglie del suo mondo.

Quella volta che i delfini non li ho fotografati

5 febbraio 2008 da Alice

Uno dei delfini che ho fotografatoÈ accaduto a metà mattina nel canale che separa Guana Island da Tortola.
Ero con amici in barca con un mare quasi piatto e appena un alito di vento. Prima di vederli, ne ho sentito lo sciacquio sotto la prua: erano due delfini che giocavano. Prima di allora, li avevo “visti” tante volte i delfini in libertà.
Ma solo quel mattino, in realtà, li vidi davvero. Tutte le volte precedenti facevo così: appena mi accorgevo che si strusciavano fuori bordo, scendevo sottocoperta concitata. Prendevo la mia vecchia Nikon, risalivo come una saetta e mi mettevo a prua con l’occhio ipnotizzato nel mirino. Ho fatto qualche bella foto come questa che vi mostro; alcune sono mosse: i delfini in movimento da una barca in movimento sono una sfida alle emozioni, quelle che ti impediscono di rimanere freddo e immobile. Ma a pensarci bene, in tutti quei frangenti, io i delfini non li ho visti. li ha visti per me il mio teleobbiettivo. Li ha fatti diventare ricordo prima ancora che fossero un presente. Mettevo tra me e loro questo maledetto filtro.
E quell’attimo fuggente, diventava immortale prima ancora di essere esistito.
Ecco perché quel giorno nel mare delle Vergini, mi sono imposta di non tirare fuori alcuna fotocamera. Ho deciso di star lì, guardarmeli bene lì sotto il pulpito di prua, ad appena un metro dai miei occhi.
Cinque minuti di meravigliosa vita naturale senza pixel, ma ad altissima definizione.
Che nel tempo, è sbiadita meno di un’immagine.