Aloe Vera che più vera non si può..

21 maggio 2008 da Alice

Nell’attesa che l’anticiclone delle Azzorre si stabilizzi sul Mediterraneo e ci consenta di prendere il sole come piace a noi latini, vi suggerisco il modo per non andare incontro a scottature e conservare il vigore della pelle. Ero sulla spiaggia di Savannah a Virgin Gorda, stesa senza moderazione al sole come tante volte ho letto che non si deve fare. A un certo punto è passato sulla spiaggia un ragazzino con un cesto pieno di foglie di Aloe Vera. aloe veraNe ho acquistata una e ho fatto come spiegatomi da lui e come poi ho saputo che si fa da sempre al sole dei Caraibi. Si apre la carnosa foglia ed ecco che la polpa verde si presenta esattamente come il gel che compriamo in farmacia. Ci si spalma il corpo: prima dopo e durante il sole. La pelle beve il prodigioso succo e il sole, da nemico potenziale, diventa amico, docile, tingendoci la pelle senza i suoi collaterali effetti. Anzi, nutrendola di preziosa clorofilla e donandole tono ed elasticità. Alle Vergini, l’Aloe Vera cresce spontanea dappertutto: la trovate fresca e davvero vera.
A Tortola, la Clinica Olistica ne ha fatto la base dei suoi trattamenti medici ed estetici.

The Sanctuary Holistic Therapy Centre, Tortola: sanctuary@surfbvi.com

Sotto il bikini, un dollaro

17 aprile 2008 da Alice

Due anni fa, nella primavera del 2006, è stato designato “The best waterfront beach bar in the Carribean”.The Painkiller Club - thanks to NordOvest
È il Soggy Dollar Bar, incastonato tra le palme di una delle spiagge più belle del mondo: White Bay, isola di Jost Van Dyke.
La barca sulla quale veleggiavo si è ancorata un pomeriggio nella baia e, guardando la spiaggia da lontano, quel bar appariva come una capanna o poco più, piantata sulla sabbia. Ho preso il sole stesa sul teck caldo della prua e prima che il sole cominciasse ad avere i colori rossi del tramonto mi sono tuffata e ho raggiunto a nuoto quella radiosa riva bianca. Ho camminato lungo tutto il bagnasciuga fino al famigerato punto di ristoro che è lì su quella spiaggia da più di quarant’anni. Mi è venuta voglia di un succo fresco di guyava anche se tutti chiedevano il cocktail della casa, l’arditissimo Painkiller: ananas, cocco, noce moscata e tanto rum. Mi sono avvicinata al banco e solo allora mi sono resa conto di non avere (ovviamente) il denaro per pagare. Il rasta che serviva ai tavoli mi ha detto “no problem, baby”the soggy dollar bar - Jost Van Dyke - thanks to ciasai invitandomi a sedermi e spiegandomi che la prossima volta avrei dovuto fare come di consueto avviene: sistemare un dollaro sotto il costume da bagno. Si chiama per questo Soggy Dollar, dollaro bagnato, perché il bello è proprio farsi un drink dopo una nuotata, liberi da borse, portafogli, cellulari che squillano. Ci pensano la brezza e il sole ad asciugar la banconota in una manciata di minuti. Dunque, sorseggiando il succo di guyava coi piedi affondati nella sabbia fine,the soggy dollar bar - particolare - thanks to ciasai mi son guardata intorno e ho notato che alle spalle del bar c’era annesso un minuscolo resort color pastello, il Sandcastle. Ero quasi dispiaciuta di essere su una barca a vela da crociera… mi sarei fermata eccome in uno di quei bungalow, per svegliarmi all’alba a camminare con l’acqua alle caviglie per cercare le minuscole conchiglie che la marea notturna riversa sulla
riva… Certo che non siamo mai contenti!

Sapore di mare

25 febbraio 2008 da Alice

In giornate come queste, quando l’inverno, bene che vada, tira fuori un sole freddo, mi viene voglia di partire al caldo. Nel mio armadio, il guardaroba estivo non è mai riposto ai piani alti. È tutto lì, nell’anta di sinistra a portata di mano: se anche non dovessi usarlo, già vedere i miei bermuda e la sacca dei costumi mi regola l’umore.the Sugar Mill restaurant - Tortola

C’è un’altra cosa che mi regola l’umore e mi fa riassaporare il languore del Caribe: cucinare le polpette di pesce alla creola, come quelle che ho gustato al Sugar Mill, un ristorante di Tortola che occupa una vecchia distilleria di rhum. Mi erano piaciute così tanto che mi feci dare la ricetta. the Sugar Mill cookbookPer carattere, non riesco mai a seguire pedissequamente le ricette ma questa è semplice davvero e, nelle sere d’inverno mi fa evadere in quel mondo speziato rimasto nella memoria dell’olfatto e del palato.
Io ve la trascrivo e se vi va di farla, poi ditemi se non è vero che anche il gusto è un vero viaggio.
Ingredienti:
1 kg di polpa di pesce bianco
1 bicchiere di latte di cocco
300 grammi di farina di cocco
olio di oliva
zafferano
pepe fresco
zenzero fresco
Spinate accuratamente il pesce ancora crudo (il trancio di un grosso pesce facilita l’operazione) e sminuzzatelo su un tagliere senza schiacciarlo così da conservarne la fibra. Mettete in una terrina e aggiungete 1/2 cucchiaino di zafferano, pepe fresco e i 3/4 della farina di cocco preventivamente stemperata nel latte di cocco. Mescolate e fate riposare 15 minuti. Preparate piccole polpette del diametro di 4-5 centimetri e impanatele sul restante cocco grattugiato. Cucinate in casseruola con un filo d’olio di oliva e servite con una grattugiata di zenzero fresco.

Luna di miele senza necessaire

23 febbraio 2008 da Alice

Sulla spiaggia Savannah Bay, Virgin Gorda; particolare - thanks to ciasaidi Savannah Bay a Virgin Gorda ho conosciuto una coppia italiana. La spiaggia, una delle mie preferite, è lunghissima e formata da tante mezze lune. Stranamente è quasi sempre semi deserta. Anzi, a pensarci bene non è strano affatto perché le spiagge sono così tante ed il turismo di massa sconosciuto, che è facile trovare oasi di silenzio.
Li ho visti per due giorni consecutivi, stavano a un centinaio di metri da me, stesi al sole a leggere, a scambiarsi ogni tanto una tenera effusione. Involontariamente, sia che io che loro abbiamo deciso di andare in acqua a fare un bagno. Dato che la corrente mi ha spinto nel mio tuffo pigro verso di loro, li ho sentiti parlare: lui diceva a lei: “Domani ci compreremo anche la maschera, peccato non vedere quei coralli”. Sì, il fondale era striato di blu diversi a seconda che ci fosse sabbia oppure reef. Son tornata in spiaggia e dalla sacca ho preso la mia maschera e gliel’ho porta dicendogli di usarla finché avessero voluto. Mi hanno ringraziato: lui l’ha sistemata sul volto di lei e dopo un po’ hanno fatto cambio. Mentre ero sdraiata al sole li ho sentiti avvicinarsi. Venivano a restituirmela. Abbiamo fatto quattro chiacchiere e mi hanno raccontato che avevano perso il bagaglio. Non era mai partito dall’Italia verso Parigi, il primo scalo. A Parigi l’avevano saputo ma avevano deciso con un’alzata di spalle di partire lo stesso. Erano in viaggio di nozze, che importava, in fondo, non avere niente. Arrivati a Virgin Gorda, destinazione della loro luna di Miele, avevano acquistato immediatamente due costumi, due magliette, due bermuda. Ripromettendosi, il giorno successivo, di fare uno shopping più organico e completo. Ma ogni giorno rimandavano. Ora dopo ora, avevano capito che quello che mancava non era così fondamentale. Anzi, mi hanno detto in confidenza, che mai come in quel viaggio avevano goduto il mare, la natura, la potente semplicità di avere poche cose appresso. Perché questo dava loro l’impressione di essersi davvero isolati dal mondo, evasi dai riti quotidiani ed entrati in uno spirito dove la luna sapeva davvero di miele.

L’importanza delle parole

2 febbraio 2008 da Alice

Che seduzione le parole!
Isole Vergini.
La prima volta, le ho “conosciute” ai tempi della scuola disegnate sull’atlante: mi attirava l’arco di arcipelaghi che riempiva di minuscoli nomi il Mar dei Carabi e scorrendolo da nord a sud, quando ho letto “Isole Vergini” ho smesso di seguire la lezione e dal mio banco in terza fila, sono evasa col pensiero fin laggiù. Che fossero vergini fino al punto da esserlo perfino per definizione e nome proprio, mi esaltava. Vi dico subito che il loro nome non è – come quasi avevo sospettato – il frutto di un bravo copywriter per una strategia di marketing turistico del tipo “Costa turchese”, “Laguna blu”, “Riviera Maya”.
È un nome che si portano dietro da più di Cinquecento anni: glielo mise Cristoforo Colombo quando le scopri nel 1493 durante suo secondo viaggio. La cosa importante, una di quelle che me la fa amare, è che vergini lo sono rimaste in gran parte fino ad oggi.
Merito di una politica evolutiva che ha messo davanti a tutto le priorità della natura e della sua conservazione.
Così, le British Virgin Islands che ormai sono conosciute anche con l’acronimo BVI, mi sono apparse fin da subito un modello esemplare di felice convivenza tra la natura selvaggia e gli edonismi tropicali, miei e di tutti voi che sognate i tropici.