Piccoli segreti della natura.. a targhe alterne!

1 febbraio 2010 da Alice

Interrompo un attimo la mia presentazione del girl power alle Isole Vergini Britanniche per farvi dare un’occhiata a una targa cui ho scattato una foto molti anni fa. targa_natures_little_secrets

Era uno dei miei primi viaggi alle BVI, e ricordo che rimasi piacevolmente stupita nel vedere come in questo minuscolo arcipelago ci fosse un’attenzione tanto forte nei confronti di quella che è una filosofia di vita che mi piace da morire: BVI – Nature Little Secrets!

E trovarlo scritto anche sulle targhe è davvero bizzarro, ma molto carino!

Leverik Bay Resort & Marina: l’ombelico del mondo a Virgin Gorda

23 luglio 2009 da Alice

La “Vergine grassa” ha per me un punto d’attrazione irresistibile: North Sound.
Alle BVI fare una classifica delle baie più belle è difficile. Io penso che sia anche sbagliato dare i voti. Con quale criterio si può giudicare, confrontare e stabilire una classifica? Ognuno ha un suo personale sistema di valutazione, ed è giusto che sia così. Io mi baso sui ricordi: i luoghi che dimorano nella mia memoria, perché legati ad un evento, un incontro, un’emozione, per me sono i più belli. North Sound è una baia fantastica perché qui ho conosciuto il “mio” skipper del cuore. Ho avuto fortuna: North Sound è la baia più frequentata dagli appassionati della vela e incontrare l’uomo giusto tra tanti lupi di mare non è mica poi così semplice. Galeotto fu il Leverick Bay Resort. leverick
Il Leverick Bay è un resort che sorge sull’incantevole laguna. I locali dicono che la particolare atmosfera del posto sia la stessa che secoli fa ha incantato pirati e che oggi incanta i velisti.
Le suite del Leverick Bay Resort hanno i nomi delle spezie delle West Indies: Cinnamon, Spice, Ginger e Nutmeg. Possono ospitare fino a 6 persone e comprendono zona giorno e zona notte, terrazza per il BBQ, un angolo cottura e una vista spettacolare su North Sound, Mosquito Island e il Mar dei Caraibi. Quanti tramonti e quante albe mi sono goduta dal mio terrazzo!
A poca distanza dalle suite c’è la piscina, lo shopping center, il centro benessere, i campi da tennis, il centro di water activities, atc atc. Io non ho mai messo piede in questi posti preferendo di gran lunga la spiaggia, la marina e il molo del Leverick, dove Nick e Monica, gestori del resort ormai da circa 25 anni, da bravi nostalgici del British Style, hanno avuto l’originale idea di mettere una cabina telefonica londinese trasformandola in doccia. Figuratevi che anche Sir Richard Branson, patron della Virgin, pare che abbia voluto essere ritratto sotto la doccia in cabina! :-) 3472937650_846e2fd854
Il Leverick Bay ha un’anima marinara: qui hanno sede le società Charter Virgin Gorda per il noleggio imbarcazioni e la marina del resort . Oltre alla vela, al Leverick Bay Watersports si può fare di tutto e di più: parasailing, snorkeling, pesca, kayak, corsi di diving o di sub. Oltre alla terrazza ed ai suoi panorami, ho un forte ricordo di un altro luogo: il Leverick Bay Restaurant. Qui ho conosciuto il mio skipper, anche lui goloso delle aragoste di Anegada. Mi ha colpito perché mentre tutti erano seduti a tavola, lui era l’unico in piedi a gustarsi le numerose fotografie appese alle pareti del ristorante. Soggetto: i momenti più belli dell’America’s Cup e delle maggiori gare di vela degli ultimi 100 anni. Da lì è scattata una magia, ma adesso mi fermo qua: non vorrete mica sapere tutto tutto, eh?

Le pietre del Sugar Mill Hotel

15 giugno 2009 da Alice

Ci ho preso gusto. Dopo avervi raccontato la storia del Bitter End vi porto con la fantasia alle BVI sulle ali di un’altra storia.
Dopo Virgin Gorda, ci spostiamo a Tortola. Si tratta del Sugar Mill Hotel,Sugar Mill restaurant 23 stanze, aria condizionata, collegamento Wi-Fi ad internet, piscina, ristorante da favola ed altre delizie.  Facciamo un salto indietro nel tempo, nel 1640, quando il commercio di rhum e, purtroppo, di schiavi, era nel pieno dell’attività. Le navi salpavano dai Caraibi con le stive piene di casse di zucchero e rhum, rotta verso l’Inghilterra. Al ritorno, per fare zavorra e dare stabilità alla nave, era in uso portare a bordo cose pesanti. Gli ufficiali svegliavano la ciurma nel pieno della notte e comandavano a questi poveracci di recarsi a terra per recuperare grosse pietre e pezzi di acciottolato dalle strade di Liverpool, con grande disappunto dei cittadini che si trovavano le strade sempre piene di buchi. All’arrivo nelle Isole Vergini Britanniche, le pietre venivano poi scaricate e usate nelle piantagioni di canna da zucchero per costruire le Great Houses (Grandi Case). Avete già capito: qualcuna di quelle grosse pietre si possono vedere oggi sulle pareti della sala ristorante del Sugar Mill Hotel. Dell’antica Great House è rimasto poco ed è tutto vicino al parcheggio. L’hotel sorge a fianco della vecchia piantagione di Applebay, che ha sua volta ha dato il nome alla baia di Apple.
Verso il 1830 iniziò il crollo dell’economia delle piantagioni. Le Great Houses andarono anch’esse in rovina perché vennero lasciate in balia dell’abbandono e delle intemperie.
La sala del ristorante del Sugar Mill Hotel è ricavata dal vecchio locale in cui si distillava il rhum. La grossa caldaia di rame, che oggi da vita ad una suggestiva cascatella nel giardino, è ancora quella che veniva usata nel processo di fermentazione della canna da zucchero. La vecchia distilleria ha prodotto dell’ottimo rhum fino al 1957 e ancora oggi si può vedere l’alambicco usato nella distillazione, basta fare un giretto nei giardini che conducono ai vari gazebo dell’hotel. Per mettere in moto i vari macchinari, alcuni buoi azionavano una grossa macina che ora non c’è più. Indovinate cosa c’è al suo posto? Una fantastica piscina.
Ancora oggi, nelle notti stellate, sembra di sentire i suoni della vecchia distilleria portati da una leggera brezza che fa tremolare La luce delle candele sui tavoli del Sugar Mill Restaurant. L’atmosfera è decisamente romantica ma, vi giuro, ho visto gente commuoversi davanti al menu. A detta di chi la sa lunga, il ristorante del Sugar Mill è infatti uno tra i quattro migliori dei Caraibi.

La storia del Bitter End Yacht Club raccontata da una pirata

8 giugno 2009 da Alice

Mi ha sempre incuriosito conoscere i retroscena di un posto, soprattutto alberghi e resort.
Prendiamo il Bitter End Yacht Club, una chicca di resort che si trova nell’isola di Virgin Gorda, nel North Sound. Oggi le sue acque turchesi sono protette, calme e tranquille, mentre più di tre secoli fa erano decisamente agitate. I primi “turisti” furono i pirati e i navigatori solitari provenienti dall’Inghilterra, gente d’azione come Sir Francis Drake e Sir John Hawkins. Arrivavano, gettavano l’ancora al largo di spiagge bianche e soffici come borotalco e via con le loro incursioni. L’intrepido pirata Hawkins rimase legato a queste acque: narra la leggenda che il suo corpo è in fondo al mare, da qualche parte.
Facciamo un bel salto indietro nel tempo ed eccoci al 1964, quando la famiglia Hokins mise piede nell’isola di Virgin Gorda.
La naturale bellezza di North Sound affascinò a tal punto gli Hokins che ne divennero assidui frequentatori. L’unico punto in comune con i pirati è che amavano andar per mare.
Un’estate si accorsero che in una baia era sorto un pub, circondato da cinque cottage, chiamato Bitter End. Un pioniere degli yacht locale, tale Basil Symonette, lo aveva fatto costruire apposta per i noleggiatori di barche. Non era un cinque stelle, ma aveva il suo fascino. La sistemazione era di tipo rustico: letti con fogli di carta, nei bagni scorreva solo acqua fredda, di sera la luce si accendeva grazie ad un piccolo generatore a diesel. Quando arrivava qualche visitatore per la cena non si recava alla reception. Semplicemente, attraccava lungo un molo di legno e suonava il corno ad aria. Se l’eccentrico Basil era in giornata, avrebbe risposto con un megafono e i visitatori potevano scendere e mangiare una buona bistecca. Myron e Bernice Hokins divennero ben presto assidui frequentatori del Bitter End durante le loro crociere invernali alle Isole Vergini Britanniche. Durante una delle ultime visite, Myron chiese a Basil di poter acquistare o affittare un piccolo pezzo di terreno per costruire il proprio cottage. La risposta di Basil arrivò dopo qualche settimana ed era un tondo “no”. O meglio, era un “no” alla concessione del terreno, ma “sì” all’acquisto di tutto il Bitter End. Gli Hokins non poterono rifiutare, così nel 1973 diventarono i nuovi proprietari. Nonostante nessuno di loro avesse esperienza nella gestione alberghiera, l’entusiasmo era alle stelle. Coi loro nipoti e un cestino da pic-nic, cominciarono ad esplorare le isole, scorrazzando da Anegada ai Dogs. La barriera corallina circostante offriva la possibilità di fare snorkeling e immersioni. Le altre isole e baie erano lussureggianti e vi si potevano cercare tantissime conchiglie. Le acque offrivano una variegata fauna marina. La zona era l’ideale per navigare, pescare, fare snorkeling, immersioni e tantissimi altri sport acquatici. bitter_end_yacht_club_virgin_gorda.JPGInsomma, le caratteristiche c’erano tutte per poter condividere questo paradiso con altre persone. Le escursioni che oggi si possono fare al Bitter End si ispirano a queste considerazioni famigliari degli Hokins. Anche i nativi erano entusiasti. Grazie al loro aiuto, nel corso di tredici anni il Bitter End Yacht Club è diventato il resort più esclusivo al mondo per sport acquatici.
L’architetto Peter Brill si è occupato del progetto, lavorando su tre aggettivi: organico, funzionale, bello.
Giuro che c’è riuscito.
I miei occhi da “pirata” hanno subito rubato lo splendido parco tropicale, la preziosa spiaggia isolata, il tesoro rilassante del centro benessere e la perla di una comoda piscina.

Anegada: piatta sul mare, rotonda di bellezza

10 maggio 2009 da Alice

Una rivista di viaggi inglese mi ha chiesto di scrivere un articolo su Anegada. Secondo voi, ho accettato o no?  Ho accettato, ho accetato… Ad una condizione però: due biglietti, andata e ritorno. Esclusivamente per voi, vi trascrivo i miei appunti personali di questa escursione di un solo giorno.
Ho buttato giù dal letto il mio amato skipper  molto presto perché il ferry da Road Town per Anegada parte alle sette del mattino. Il sacrificio di alcune ore di sonno è stato premiato: l’alba alle BVI è uno spettacolo da brivido.  Per il primo tratto di viaggio siamo stati sulla parte superiore del Ferry, poi abbiamo dovuto spostarci sul ponte coperto a causa del forte vento, così ho potuto  leggere il mio libro senza litigare con le pagine svolazzanti. Dopo circa un’ora ecco profilarsi chiaramente dal finestrino la sagoma di Anegada  con i suoi alti alberi di ananas. Ed ecco  il Reef di Horseshoe, una delle barriere coralline più vaste del mondo. Si snoda  come una lunga coda attorno all’isola.
Anegada è notoriamente piatta. Lo svela anche il suo nome di origine spagnola: isola sommersa, annegata. Ma attenzione, è piatta solo perché il suo terreno compatto come la roccia è a zero metri sul livello del mare, mentre è bella rotonda in fatto di bellezza e fascino… Il suo ecosistema è completamente diverso da quello delle altre Isole Vergini Britanniche. Per scoprirlo basta noleggiare un’auto.
Ci siamo diretti a nord e abbiamo fatto una piccola tappa a Bone’s Bight (probabilmente il nome di qualche pirata), per fare una passeggiata sulla spiaggia; poi ci siamo diretti verso la foresta dell’interno. Il mio skipper mi ha buttato lì un’acuta osservazione: “Se per ammirare la bellezza di un fiocco di neve occorre il microscopio,  la bellezza di Anegada va vista in un solo colpo d’occhio”.anegada_beach_bg.jpg
Non lo pensavo così romantico!
La foresta di Anegada è il paese delle meraviglie: splendidi fiori, arbusti spinosi, piante grasse ed eleganti orchidee mozzafiato che crescono avviluppate ai cespugli. Mentre camminavamo, all’improvviso, arriva una magia. Poco al di sotto del sentiero,  più di cento fenicotteri rosa ci stavano guardando dal Red Pond. Che spettacolo!!
Eppure Anegada non è solo famosa per la sua natura: le aragoste che si gustano qui sono leggendarie. La gente del posto le chiama card e le cattura al largo del reef . Noi le abbiamo assaggiate a Pomato Point sulla costa occidentale dell’isola: esageratamente deliziose!
A fine pranzo abbiamo visitato il museo di Pomato Point, all’interno dello stesso ristorante. Sono esposti oggetti trovati nei relitti tipo monete, anfore e argenteria varia recuperata dal fondo del mare. La collezione è di proprietà di Wilfred Creque, un abitante dell’isola. Più di 200 barche hanno fatto naufragio nei pressi del reef di Anegada nei secoli scorsi.
Il mio skipper dice che chi governava quelle barche non ci sapeva fare… Lo so: oltre ad essere romantico è anche un po’ spaccone :-)

Una “giornata tipo”

3 gennaio 2009 da Alice

Una mia amica in partenza per le BVI era indecisa se passare le vacanze di Natale in barca oppure a terra.barca BVI
Era affascinata dall’idea della crociera in barca a vela ma non essendoci mai stata, pur amando molto il mare, non sapeva bene se il ritmo a bordo fosse troppo impegnativo o non adatto a lei. Allora mi ha telefonato chiedendomi come fosse la “giornata tipo” alle BVI per me.
Ciascuno è fatto a modo suo, ad ogni modo, dopo che le ho descritto una mia “giornata tipo” in barca, non avuto dubbi, ha prenotato subito e l’altro ieri mi ha mandato un sms pieno di entusiasmo.
Cosa le avevo raccontato? Cose “semplici”: sveglia naturale, quando il sole filtra dalle tendine dell’oblò e chiama a uscire fuori. Personalmente, il risveglio all’ancora sopra un fondale trasparente mi spinge al primo tuffo prima ancora di prendere un caffé. Il bagno del mattino, quando ancora tutto è immobile, è meraviglioso. Poi, mi asciugo al sole del pozzetto mentre faccio colazione: frutta fresca, pane burro e marmellata. Qualche briciola, si sa, la butto sempre ai pesci, che formano una nuvola al bordo delle murate della barca.
A metà mattina mi preparo per lo snorkelling con la mia piccola fotocamera subacquea e vado a zonzo tra i coralli a cercare souvenir da immortalare. Mi pongo sempre l’obiettivo di spezzare la nuotata in due, raggiungere una riva, camminare sulla sabbia e poi immergermi di nuovo per ritornare indietro. Così, fa presto a diventare ora di pranzo. Difatti, l’appetito c’è  ma a quell’ora prediligo un’insalata mista o un avocado. Capita pure che la mattina si trascorra un paio d’ore a vela, navigando verso un’altra isola. In quel caso mi godo il sole e i riverberi del mare. Poi dedico sempre qualche ora alla lettura: leggere un romanzo sdraiata sul ponte di una barca e navigare anche in quelle pagine… è impagabile. Talvolta arriva l’ora del tramonto senza che mi renda conto di aver passato tutto un pomeriggio a leggere sul mare. La notte è sempre carica di stelle e si rimarrebbe a guardarle per la notte intera così tante e luminose da sembrar vicine. Insomma, capite bene come Petra, la mia amica, si sia convinta che la barca a vela fosse proprio da provare per vedere le Isole Vergini Britanniche.

La conchiglia che non sai

16 dicembre 2008 da Alice

La prima volta che le ho viste non erano né in mare né sulla spiaggia, ma adornavano il giardino di una casa. conchErano tante, una ventina, e delimitavano un’aiuola di bouganville. Sembravano finte: così grandi e così rosa… Mi dispiacque pensare che per un motivo solo estetico qualcuno avesse sacrificato dei molluschi. Poi, frequentando sempre più i Caraibi e le Vergini in particolare, ho saputo come andavano le cose. Quelle conchiglie, dette conch, sono frequentissime e prolifiche. Non le si preleva dai fondali per capriccio ma semplicemente perché il loro mollusco costituisce una pietanza abituale nella cucina di ogni giorno. Dunque, estratta la parte commestibile tutti conservano il bel guscio di che, solido com’è, diventa letteralmente complemento di edilizia. Ecco allora che nei villaggi delle BVI vedrete tante case in riva al mare rifinite di queste splendide conchiglie rosa.  Ho voluto subito assaggiare un piatto tipico di conch e devo dirvi che continua ad essere uno dei sapori preferiti del Caribe.
L’ho gustato in tanti modi: cotto al vapore e condito con il lime; in una zuppa con verdure e spezie e infine sulla griglia e servito su un letto di insalata. Nonostante la prelibatezza, è un piatto di cucina “povera” e in certi ristoranti non figura neppure sui menù dato che normalmente viene richiesto soprattutto dai locali. Eppure, vi assicuro, l’ho amato più dell’aragosta o di piatti da gourmet. Ha dentro il sapore del mare, che la sua grande conchiglia ha saputo gelosamente custodire.

Il mio legno

30 novembre 2008 da Alice

Oggi vi presento un piccolo scorcio della mia abitazione, dove mi piace pensare che si respiri un’aria salmastra come alle BVI…
Vi piace il mio vascello? :-) è carino, non trovate? mi fa pensare alle mie isole e a quanto sono belle – estate e inverno! Con questa neve, poi, brrrrrrrrr, cosa darei per essere lì al sole, a crogiolarmi su una spiaggia a Jost Van Dyke o a Virgin Gorda…

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Ci vediamo Chez Bamboo

17 novembre 2008 da Alice

Sì, è proprio il posto giusto dove darsi appuntamento a Virgin Gorda, la sera, dopo che il sole è tramontato.
A cinque minuti di cammino dal porticciolo di Spanish Town,  ne sentirete già la musica nell’aria; musica blues o jazz dal vivo, suonata finalmente ad un volume dolce, che consente di parlare, di ascoltare, di cenare téte a téte. Perché Chez Bamboo è soprattutto un ristorante, di grande atmosfera e di ottima cucina. A patto che vi piaccia gustare i sapori creoli e cajun.
Io li adoro. Soprattutto quando si tratta di piatti a base di pesce. Mi piacciono i sapori meticci, le assonanze inusuali, le spezie.
Lo chef Joyce Rodriguez prepara benissimo le conch: i molluschi delle grandi conchiglie rosa che proliferano ai Carabi e che cucina sulla brace e poi condisce con una salsa d’erbe. Ma il piatto che ho preferito in assoluto sono stati i gamberoni alla creola.
Li ho chiesti come primo e poi come secondo. Mi son fatta dare la ricetta ma ad essere sincera non li ho ancora cucinati mai, per il timore di sbagliare. Anche se in fondo è facile: si mette a bollire mezzo litro d’acqua con cipolla, sedano, carota e alloro. Quando bolle si versano i gamberoni che cuoceranno appena due minuti. Quando si scolano, l’acqua si conserva. In una padella, si farà un soffritto di burro con ancora una cipolla sminuzzata, brandy, bacche di ginepro, curry e due cucchiai di farina. Bastano due minuti affinché tutto sia ben amalgamato e a quel punto si uniscono i gamberi e si lascia mantecare per cinque minuti, aggiungendo l’acqua conservata se la zuppa vi pare troppo asciutta. Vi assicuro che con a fianco due crostini e magari una spolverata di peperoncino, i gamberoni diventano indimenticabili.
Provateli se andate a Virgin Gorda, e prima, ricordate di telefonare e prenotare.
Questo è il numero: 4955752, dite pure che vi mando io.

Una casa non solo da sfogliare

5 novembre 2008 da Alice

Sarà capitato anche a voi di sfogliare una rivista di architettura e arredamento e scorrere pagine e pagine di scatti fatti in dimore strepitose, tanto strepitose da chiedervi “ma esistono? O sono soltanto esercizi di stile di un architetto geniale e visionario, edificate con un senso astratto e non già un intento pratico di viverle?”infinity pool Katitche Point Great Villa
Quella di cui voglio parlarvi non soltanto esiste ma va vissuta: si può soggiornare in una delle sue suite, e sperimentare l’ebbrezza di abitare una villa da sogno che Architectural Digest non è riuscito ad illustrare in meno di 10 pagine: si tratta della maestosa Katitche Point Greathouse, progettata dall’architetto londinese Michael Helm.
Cos’ha di speciale questa villa? Innanzitutto la collocazione, che più felice non si può: sorge a Virgin Gorda, al limite della radiosa spiaggia di Savannah Bay, su un promontorio di granito.
La struttura è area, leggera, ariosa e sembra fondersi con cielo. Allo stesso tempo, ogni livello della villa si compenetra col mare, crea una sorta di continuo trompe-l’oeil fondendo gli spazi luminosi degli interni e delle terrazze rivestite in tek con i turchesi accecanti della laguna tropicale. Bagliori cristallini che sembrano davvero proseguire nella piscina sapientemente disegnata al margine del patio, come sospesa sopra i magici fondali dell’isola.
Non da meno sono gli interni, amaca di Katitche Point Great Villapavimentati in arenaria di corallo, arredati con il gusto che solo la vera architettura riesce a fare dialogare con le bellezze naturali. La chicca che vi consiglio di provare è il “rifugio” nella mansarda della Great Villa: un’amaca e tanti caldi cuscini sotto un cielo stellat, un buon libro e una tazza di tè sono la conclusione ideale di una beal giornata passata in giro per le spiagge dell’isola!

Estremo calore, estrema semplicità ed ogni possibile agio.
C’è solo una controindicazione per chi decidesse di soggiornarvi: è il rischio che Katitche Point vi catturi al punto di sottrarvi al resto e monopolizzi l’intera vostra vacanza alle BVI. Ve la sentite di correrlo?