Arte a cielo aperto

12 novembre 2009 da Alice

Nella sua bella canzone Il cielo in una stanza,  Gino Paoli canta “Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti, ma alberi, alberi infiniti…” .
Vi sembrerà strano, ma a me questa canzone fa venire in mente le Isole Vergini Britanniche. Di pareti alle BVI non ce ne sono molte, ed oltre agli alberi si deve aggiungere ovviamente la distesa sterminata di blu, azzurro e turchese dell’oceano. Ma a me non viene in mente la libertà, la natura, il verde, le spiagge, il mare,… La canzone di Gino mi ricorda, guarda un po’ gli scherzi delle associazioni d’idee, proprio una parete! Anzi, un grande muro. È conosciuto come Great Wall e si trova a Tortola. murales_Tortola2Cosa ci fa lì? Non lo so. Forse è stato costruito per sostenere la Ridge Road.
In ogni caso, quel muro di cemento non era un bel vedere. A porre rimedio al difetto estetico ci ha pensato Eileen Lucia Parson, Ministro del lavoro e delle risorse naturali che in fatto di entusiasmo culturale non la batte nessuno. Trovata l’idea, l’arguto Ministro pensò di condividerla con l’artista locale Reuben Vanterpool, allora portavoce del Consiglio legislativo. Detto, fatto: con il progetto “Ridge Wall”  Eileen Lucia e Reuben trasformarono il grigio cemento in una variopinta galleria d’arte. Io lo vedo come un enorme affresco che racconta la storia della cultura delle BVI. Great  Wall è situato lungo la Ridge Road, nell’area di Fahie Hill, e mette la popolazione locale e i turisti faccia a faccia con gli aspetti principali della vita dell’isola a partire dagli anni 30. Così ha voluto Vanterpool che ha vissuto da bambino in questi luoghi e si ricorda tutto: i carretti tirati dagli asini lungo le spiagge, i preparativi per il mercato del sabato, la cottura del ‘bong bong’, la pesca notturna dei granchi, il commercio del bestiame e molto altro ancora. Mica ha dipinto tutto il Great Wall l’ex portavoce del Consiglio legislativo e attuale artista a tempo pieno! Vanterpool ha coinvolto altri artisti: Quito Rhymer, Cedric Turnbull, Pearl Friday, Thor Downing, Dean “Ghost” Smith e Garth Hewlette. Gli artisti della Great Wall.

Viaggiatori pionieri: le BVI prima dell’era del turismo

15 maggio 2009 da Alice

Ho avuto la fortuna di scoprire un libro stupendo, intrigante già dal titolo: “Travels with Myself and Another”. Lo ha scritto Martha Gellhorn, un’intrepida giornalista corrispondente di guerra. In Italia è stato tradotto da Guido Lagomarsino ed edito da FBE nella Collana La Mongolfiera. In poco più di 300 pagine, Martha racconta cinque “horror trips” (cinque orribili viaggi) vissuti in prima persona e con “qualcuno” accanto. Sapete chi è questo “qualcuno”? Ernest Hemingway! Martha ed Ernst si erano sposati nel 1940 e il viaggio raccontato alle BVI risale al 1942.
Il bello del libro sta proprio in quella data, perché dalle pagine emerge la fotografia di com’erano le BVI prima dell’era del turismo, degli yatch, delle strutture alberghiere.
Invidio Martha perché anch’io avrei voluto scoprire da pioniere Tortola e le altre isole.
Non c’erano porti d’attracco, né aeroporti. Di banche neanche l’ombra. L’energia era prodotta da piccoli generatori a diesel. Quando Martha approdò a Tortola nel 1942 trovò ospitalità nella guesthouse Social Inn, gestita da privati sulla Main Street. La sua camera era quasi nuda, la pioggia entrava dal soffitto e da sotto la porta. Indovinate chi c’è oggi in questo storico edificio, rinnovato e ampliato? L’emporio di spezie e la galleria d’arte Sunny Caribbee, di cui vi ho parlato alcuni post fa.
Durante il suo viaggio Martha scopre un’icona delle BVI di allora: l’island loop, la corvetta delle isole.
Queste tradizionali imbarcazioni trasportavano i prodotti dell’artigianato locale da Tortola a St Thomas per venderli in cambio di cibo. Per Martha queste corvette furono l’unico mezzo di trasporto che lei usava per spostarsi durante i suoi viaggi, aiutata da un giovane capitano locale chiamato Carlton De Castro, che ne possedeva una da 30 piedi chiamata Pilot.
Già che ci sono vi segnalo un altro bel libro, “Two on an isle”, stampato nel 1953. Nel 1958 uscì anche un film, Virgin Island, con Sydney Poitier e John Cassavetes. Oggi il libro è introvabile, ma il film è disponibile in DVD da Pusser’s Company Store a Road Town e da Pusser’s Marina Cay.
È stato scritto da altri due intrepidi pionieri che arrivarono alle BVI nel 1937: Rob and Rhodie White. Si erano appena sposati negli Stati Uniti quando la depressione economica li convinse a fuggire.
Giunti a Tortola, iniziarono a cercare un posto ideale per poter realizzare il loro sogno: trovare una piccola proprietà. Con una corvetta acquistata per pochi soldi e dopo parecchi viaggi per mare, approdarono a Marina Cay. Qui costruirono la loro prima dimora, all’ombra di un piccolo albero di fico, all’estremità della spiaggia di Privateer’s Bay. A Marina Cay la casa dei White è stata trasformata in un accogliente bar-libreria della catena Pusser’s  che propone ristoranti e negozi insieme. Non ci crederete,
ma il piccolo albero di fico descritto da Robb nel suo libro si può vedere sulla spiaggia proprio davanti all’ingresso del Pusser’s Restaurant. Io l’ho visto.

Il pirata che c’è in me

28 dicembre 2008 da Alice

Chissà perché, i pirati e le storie di pirateria suscitano sempre simpatia e a volte, persino un sentimento di complicità.
Forse perché alle loro vite si mescolano epopee e leggende. Forse perché ci fanno immaginare isole inviolate e lotte con le forze del destino, condotte con temerarietà e coraggio. Forse perché anch’io come molti di voi negli anni dell’infanzia, ho sognato qualche volta di essere pirata.
Inoltre, nei bagliori del Mar dei Caraibi, sembra sempre debba comparire da un momento all’altro un vascello di corsari.
Alle BVI  i pirati erano di casa. L’insularità e le mille insenature erano perfetti nascondigli dove temporeggiare in attesa di abbordaggi e di saccheggi.  Il più famoso della storia ha dato il nome al Canale Maestro delle Vergini, il Sir Francis Drake Channel, uno degli scenari velici più eclatanti dei Caraibi. In effetti anche Francis Drake era un eccellente marinaio. Ancor di più: nella seconda metà del ‘500 era vice ammiraglio della flotta inglese e fu il primo britannico a circumnavigare il globo.  Allora era facile rompere il confine della legalità e nonostante la Regina Elisabetta I lo onorò del titolo di cavaliere, compiva missioni decisamente piratesche.  Forse non efferate come quelle che un secolo più tardi segnarono la storia del pirata Barbanera, che coi suoi vascelli fece fuoco e fiamme nei Caraibi di quel tempo.
Diversa l’indole di Henry Morgan che nelle Antille era giunto da ragazzo, come schiavo. Il suo riscatto fu diventare bucaniere. E lo fece con tale carisma e convinzione tanto che a lui si attribuisce l’istituzione del Codice della Pirateria.
Insomma, se pure fuorilegge, i pirati erano comunque eroi del loro tempo. Lo testimonia il fatto che ancora oggi ne subiamo il fascino. E che ancora oggi, navigando tra le isole delle British Virgin Island,  quasi quasi ci sembra di scorgerne il veliero.
D’altra parte, il viaggio è anche libertà di sognare e immaginare, non credete?

Fuga da New York

15 settembre 2008 da Alice

No, il film di John Carpenter non c’entra: la fuga da New York di cui voglio raccontarvi è quella di Davide Pugliese. Quante volte avete sentito dire – o addirittura pensato voi stessi: “lascio tutto e vado a vivere su un’isola”.
Lui l’ha detto e poi l’ha fatto. E non che la vita gli andasse poi così male, anzi. Davide, nato a Torino e cresciuto a Firenze, era partito ventenne per New York dove nel cuore di Manhattan aveva aperto il suo studio fotografico. Ha lavorato tanti anni con successo: servizi di moda per Vogue e Cosmopolitan, entourages di artisti, via vai di bellissime donne. Il suo studio era un crocevia sempre affollato e Davide, tra un set e l’altro amava cucinare per gli amici. E cucinava bene. Tutti a dirgli: “dovresti aprire un ristorante!” Un giorno, mentre era in Australia per vacanza, conobbe Cele, un’australiana che navigava a vela in giro per il mondo e che divenne sua moglie. Anche a Davide Pugliese piaceva molto il mare. Tanto che poco tempo dopo presero insieme la grande decisione: fuggire da New York. Cercare un’isola dove inventare un’altra vita.
Entrambi conoscevano le Isole Vergini Britanniche e scegliere Tortola fu una scelta naturale. Oggi la loro casa si chiama Brandywine Bay; e a mio parere è il miglior ristorante di Tortola: affacciato sulla spiaggia che guarda il Sir Francis Drake Channel, è ideale per assaporare piatti deliziosi in una cornice straordinaria. Chiudete gli occhi: non vi immaginate già li? Eccovi: una terrazza sul mare, cena a lume di candela, e Davide che vi illustra come ha saputo combinare i sapori del mare e quelli della terra, giostrando magistralmente l’incontro tra gli ingredienti locali con quelli mediterranei: conch e callaloo, basilico e olio di frantoio extravergine di oliva, la pasta all’uovo fatta a mano, pesce caraibico e ottimi vini.
E non è finita: c’è anche il gusto di sapere che i sogni si possono tradurre in vita vera. Bisogna solo crederci e partire.
Ieri ho voluto salutarli e ci siamo parlati su Skype, a chiacchierare di come sono andate le vacanze. Per Davide e Cele non sono ancora finite, il Brandywine riapre a fine ottobre.

1.000 bolle blu

14 luglio 2008 da Alice

Che tristezza il lunedì mattina.. invece che annegati fra le cose da fare a lavoro ci si vorrebbe trovare in tutt’altre acque..
decido allora di mettermi di buon umore grazie a queste immagini trovate su YouTube per superare il grigiore della mattinata. E devo dire che che da brava diver quale sono ho apprezzato molto: è un video molto vicino alla realtà!
Buona visione dunque, io torno col cuore e con il pensiero alle mie isole e ai loro fondali: non ci saranno più (forse) tesori nascosti dai bucanieri ma che bellezza perdersi fra le mille bolle blu del relitto più famoso dei Caraibi!! :-)
Signori, ecco a voi (con tanto di colonna sonora pro-buon umore) l’R.M.S. Rhone, a largo di Salt Island

La diagnosi di un’isola

13 maggio 2008 da Alice

Ho sempre pensato che ogni isola è “privata” per definizione, dato che il suo perimetro delimita uno spazio eletto. Eppure, quand’essa è privata anche nel senso più concreto del termine, acquista certamente un appeal particolare. Come Peter Island, che ospita l’omonimo resort e che Condè Nast Traveller ha inserito nella sua classifica di “Best Places to Stay in the World” and “Top 20 Islands”.
Una prerogativa, quella di un dorato isolamento marino, che accende in ogni ospite che lo frequenti la sensazione di un profondo privilegio, di una identificazione con l’isola stessa come fosse un’entità vivente che lo riflette, che lo assimila alla sua insularità.
Lo scrittore Lawrence Durrell, analizzò questa sorta d’incantesimo nel suo romanzo Riflessi di una venere marina. Scrisse così:
“Da qualche parte, ho trovato una volta un elenco di malattie non ancora classificate dalla scienza medica; tra queste compariva il termine “islomania”, descritta come un’afflizione dello spirito rara, ma per nulla sconosciuta. C’è gente che trova le isole irresistibili. La semplice consapevolezza di trovarsi su un’isola, un piccolo mondo circondato dal mare, provoca loro un’inspiegabile ebbrezza.”
Soffro anch’io di quella malattia e non ne guarirò mai. Credo che ne soffrisse anche il magnate norvegese Torolf Smedvig che alla fine degli anni ’60 sperimentò di Peter Island i doni di una natura verginale. Vi costruì il lussuoso ma discretissimo resort che tutt’ora contagia di quella malattia chi vi si abbandoni con il corpo e con la mente. È allora che l’isola la si sente respirare e a poco a poco, prenderci per mano e accompagnarci nel segreto delle sue cinque spiagge.Deadman Bay at Peter Island Resort - thanks to ciasai

Sotto il bikini, un dollaro

17 aprile 2008 da Alice

Due anni fa, nella primavera del 2006, è stato designato “The best waterfront beach bar in the Carribean”.The Painkiller Club - thanks to NordOvest
È il Soggy Dollar Bar, incastonato tra le palme di una delle spiagge più belle del mondo: White Bay, isola di Jost Van Dyke.
La barca sulla quale veleggiavo si è ancorata un pomeriggio nella baia e, guardando la spiaggia da lontano, quel bar appariva come una capanna o poco più, piantata sulla sabbia. Ho preso il sole stesa sul teck caldo della prua e prima che il sole cominciasse ad avere i colori rossi del tramonto mi sono tuffata e ho raggiunto a nuoto quella radiosa riva bianca. Ho camminato lungo tutto il bagnasciuga fino al famigerato punto di ristoro che è lì su quella spiaggia da più di quarant’anni. Mi è venuta voglia di un succo fresco di guyava anche se tutti chiedevano il cocktail della casa, l’arditissimo Painkiller: ananas, cocco, noce moscata e tanto rum. Mi sono avvicinata al banco e solo allora mi sono resa conto di non avere (ovviamente) il denaro per pagare. Il rasta che serviva ai tavoli mi ha detto “no problem, baby”the soggy dollar bar - Jost Van Dyke - thanks to ciasai invitandomi a sedermi e spiegandomi che la prossima volta avrei dovuto fare come di consueto avviene: sistemare un dollaro sotto il costume da bagno. Si chiama per questo Soggy Dollar, dollaro bagnato, perché il bello è proprio farsi un drink dopo una nuotata, liberi da borse, portafogli, cellulari che squillano. Ci pensano la brezza e il sole ad asciugar la banconota in una manciata di minuti. Dunque, sorseggiando il succo di guyava coi piedi affondati nella sabbia fine,the soggy dollar bar - particolare - thanks to ciasai mi son guardata intorno e ho notato che alle spalle del bar c’era annesso un minuscolo resort color pastello, il Sandcastle. Ero quasi dispiaciuta di essere su una barca a vela da crociera… mi sarei fermata eccome in uno di quei bungalow, per svegliarmi all’alba a camminare con l’acqua alle caviglie per cercare le minuscole conchiglie che la marea notturna riversa sulla
riva… Certo che non siamo mai contenti!

Se avessi un grande amore lo porterei a Guana

26 marzo 2008 da Alice

una delle spiagge private dell’isola resort di Guana island - thanks to Guana Island ResortVe l’ho già detto: le Isole Vergini Britanniche annoverano scenari di tante isole del mondo. Così come Anegada vi fa credere di essere in un atollo del Pacifico, l’isola di Guana è invece una scheggia di Mediterraneo. Anzi, per essere precisi, pare un’isoletta greca. Se non fosse stato per le palme della spiaggia averi giurato di essere nel cuore dell’Egeo. Un’isola privata di cui l’intera superficie, 340 ettari, è riserva naturale e come suggerisce il nome, le iguane vi proliferano indisturbate e inoffensive. Sulla sommità dell’isola c’è un’edificazione che risale al 1700 ed era stata la dimora di un colono inglese. La Great House è di pietra, intonacata di bianco con le porte e le persiane dipinte di azzurro.
Un gelsomino riveste in parte la facciata e il suo profumo entra in ogni stanza. Gli arredi sono caldi, domestici, un po’ retrò e anch’essi di gusto mediterraneo. Una colta biblioteca è posta nel salotto a lato dell’ingresso e oltre il salone principale si apre una delle più suggestive terrazze del Caraibi. La casa si disloca seguendo il profilo della sommità, con piccole terrazze e stanze incastonate nella pietra che dall’alto guardano lo smeraldo del mare. L’isola sembra da sempre appartenere a quella casa e, viceversa, quella casa all’isola. Forse non dovrei rivelare le mie personali preferenze ma mi concedo un’eccezione: la Great House è stata la mia residenza preferita di tutto l’arcipelago. Ah, perché dimenticavo di dirvi la cosa più importante: l’antica dimora è ora un piccolo esclusivo resort; il luogo eletto per isolarsi e riuscire davvero a immaginare come fossero le atmosfere di un’isola prima che il turismo fosse una parola conosciuta.

L’importanza delle parole

2 febbraio 2008 da Alice

Che seduzione le parole!
Isole Vergini.
La prima volta, le ho “conosciute” ai tempi della scuola disegnate sull’atlante: mi attirava l’arco di arcipelaghi che riempiva di minuscoli nomi il Mar dei Carabi e scorrendolo da nord a sud, quando ho letto “Isole Vergini” ho smesso di seguire la lezione e dal mio banco in terza fila, sono evasa col pensiero fin laggiù. Che fossero vergini fino al punto da esserlo perfino per definizione e nome proprio, mi esaltava. Vi dico subito che il loro nome non è – come quasi avevo sospettato – il frutto di un bravo copywriter per una strategia di marketing turistico del tipo “Costa turchese”, “Laguna blu”, “Riviera Maya”.
È un nome che si portano dietro da più di Cinquecento anni: glielo mise Cristoforo Colombo quando le scopri nel 1493 durante suo secondo viaggio. La cosa importante, una di quelle che me la fa amare, è che vergini lo sono rimaste in gran parte fino ad oggi.
Merito di una politica evolutiva che ha messo davanti a tutto le priorità della natura e della sua conservazione.
Così, le British Virgin Islands che ormai sono conosciute anche con l’acronimo BVI, mi sono apparse fin da subito un modello esemplare di felice convivenza tra la natura selvaggia e gli edonismi tropicali, miei e di tutti voi che sognate i tropici.