Se avessi un grande amore lo porterei a Guana

26 marzo 2008 da Alice

una delle spiagge private dell’isola resort di Guana island - thanks to Guana Island ResortVe l’ho già detto: le Isole Vergini Britanniche annoverano scenari di tante isole del mondo. Così come Anegada vi fa credere di essere in un atollo del Pacifico, l’isola di Guana è invece una scheggia di Mediterraneo. Anzi, per essere precisi, pare un’isoletta greca. Se non fosse stato per le palme della spiaggia averi giurato di essere nel cuore dell’Egeo. Un’isola privata di cui l’intera superficie, 340 ettari, è riserva naturale e come suggerisce il nome, le iguane vi proliferano indisturbate e inoffensive. Sulla sommità dell’isola c’è un’edificazione che risale al 1700 ed era stata la dimora di un colono inglese. La Great House è di pietra, intonacata di bianco con le porte e le persiane dipinte di azzurro.
Un gelsomino riveste in parte la facciata e il suo profumo entra in ogni stanza. Gli arredi sono caldi, domestici, un po’ retrò e anch’essi di gusto mediterraneo. Una colta biblioteca è posta nel salotto a lato dell’ingresso e oltre il salone principale si apre una delle più suggestive terrazze del Caraibi. La casa si disloca seguendo il profilo della sommità, con piccole terrazze e stanze incastonate nella pietra che dall’alto guardano lo smeraldo del mare. L’isola sembra da sempre appartenere a quella casa e, viceversa, quella casa all’isola. Forse non dovrei rivelare le mie personali preferenze ma mi concedo un’eccezione: la Great House è stata la mia residenza preferita di tutto l’arcipelago. Ah, perché dimenticavo di dirvi la cosa più importante: l’antica dimora è ora un piccolo esclusivo resort; il luogo eletto per isolarsi e riuscire davvero a immaginare come fossero le atmosfere di un’isola prima che il turismo fosse una parola conosciuta.

Dove la vela è una malattia (curabile)

13 marzo 2008 da Alice

Prickly Pear Island - Virgin Gorda thanks to: Ente del Turismo BVINe ho conosciuti uomini (e anche donne), che anche quando si trovano in vacanza su isole meravigliose sono insofferenti, fremono e, dopo due ore di spiaggia, non ne possono già più.
E tu lì: a dirgli che al ritorno quel silenzio lo rimpiangeranno; che quella laguna è così viva che – guarda – sembra respirare; che leggere all’ombra delle palme l’ultimo romanzo di McEwan è un impagabile piacere. Niente da fare: certe persone quel rapporto apparentemente ozioso con il mare non lo reggono. Devono fare, muoversi, non avere spazi vuoti. Soprattutto se, del mare, la cosa che amano è andare in barca a vela. Allora sono guai: se sentono la brezza fra i capelli, invece che un brivido di piacere provano un brivido di rabbia e di scontento: pensano a che bolina potrebbe in quel momento solcare la laguna; pensano che invece che starsene con le mani in mano sulla spiaggia, potrebbero stringere un timone e divertirsi da mattina a sera. Insomma, capirete che in certi casi la vacanza in coppia può scatenare scaramucce a meno che uno dei due, non rinunci alla propria personale idea dell’evasione. La soluzione in questo caso? Io ne conosco una che si chiama Bitter End Yacht Club.
È un resort (forse l’unico del mondo) concepito per fare una vacanza full immersion nella vela e allo stesso tempo, se si vuole, sulla spiaggia. Anzi, sulle spiagge perché il North Sound dove si trova, sull’isola di Virgin Gorda, è un dedalo di isole, spiagge bianche, canali navigabili. I cottage, immersi nella macchia tropicale affacciano sullo yacht club che dispone di oltre 100 barche a vela di ogni genere. Dall’Optimist, al Laser, all’Hobie Cat fino ai cabinati. Così, la vacanza è davvero libertà: chi vuole la spiaggia, i coralli e la laguna non deve più fare compromessi col compagno di viaggio che invece, con ostinazione vuole andare a vela, dovunque e comunque.

Necker Island. Prima puntata della serie “Sognare si può”

11 marzo 2008 da Alice

Necker island non ve la posso raccontare tutta e subito. È un lungo film e tutto ciò che la riguarda sembra appunto cinema.
A partire dalla sua spettacolarità, e a finire con i “villeggianti” che l’hanno affittata tutta intera: da Robert De Niro a Jack Nicholson a Madonna. Non si può negare: è un’isola – come si suol dire “esclusiva”, forse la più esclusiva del pianeta.
È un’isola privata e al suo proprietario Richard Branson, patron del colosso Virgin, non dev’essergli sembrato vero che ci fosse un’isola da fare sua in un arcipelago che porta lo stesso nome del suo celeberrimo brand. Però Branson, ha sempre mille cose per la testa e non ha tempo di godersela più che due mesi l’anno. Ha deciso allora, di affittarla per il resto del tempo. Si prende tutto: isola e casa annessa. Casa per modo di dire…. Ma ve ne parlerò.
Io ci sono stata qualche inverno fa. No, non potevo certo permettermela: era un invito a cui non ho saputo dir di no.  Beh, ora basta parlare dell’isola, ci torneremo certamente su.  Vi dico invece del viaggio verso l’isola, che mister Virgin predispone per quei privilegiati ospiti che possono concedersi il lusso di un Eden riservato.
Per chi ha scelto Necker Island, il volo Virgin Atlantic che parte da Londra, mette a disposizione l’Upper Class del Boeing. Prima cosa, ti fanno spogliare e ti danno una tuta da viaggio di morbidissima ciniglia grigio perla. Non fai in tempo ad infilartela che lo Champagne (etichetta “Epernay for Necker Island”) è già servito. Una hostess tutta per te, ti chiede di barrare le caselle sul cartoncino che ti porge. Tu pensi che sia la colazione e invece no: manicure, pedicure, massaggio plantare, massaggio del viso, massaggio con oli essenziali (tanto se ti ungi, c’è una meravigliosa doccia di vapore a tua disposizione). L’Upper Class della Virgin, ha 12 poltrone che chiamar poltrone è un eufemismo. Dunque, stanca dei ritmi cittadini, ti ci vorresti solo addormentare sopra schiacciando il pulsante dell’opzione “Bed”. Ma come fai? La tua hostess comincia a portarti filetti di aragosta e altro Champagne. Poi una terrina di asparagi in sottilissima crosta di pane al sesamo. Se dici che vuoi fare un pisolino, ti porta una copertina di cachemire e senza essere invadente, ti sorveglia.  Quando vede di nuovo l’occhio risvegliarsi, è già pronta lì, con una tripla porzione di mirtilli, freschi come appena colti. Dentro di te, ti vien da dire che -  è un peccato che il volo duri solo 7 ore. Ma tant’è. E quando sei arrivato dall’altra parte dell’Oceano, quasi ti dispiace. Ma solo per un attimo, perché sai che ti aspetta Necker Island. Il viaggio, dunque,  è nient’altro che lo scorrere dei titoli di testa di un film che deve ancora cominciare.

Una scogliera di corallo che si chiama come me

4 marzo 2008 da Alice

Proprio così: Alice’s Wonderland è il suo nome.
Età: milioni di anni.
Sesso: femminile (sì, perché il mare è di natura femminile, di questo sono convinta). Indirizzo: Ginger Island, n° 12 (dodici sono i metri di profondità in cui fiorisce).
Segni particolari: affollatissimo. Affollatissimo di fauna tropicale.

Io non amo particolarmente andare in acqua con le bombole; preferisco la libertà dello snorkeling, il bagno senza muta, senza gav, senza accessori fuorché la maschera e le pinne. Ma certe volte, quando vale la pena allora sì, mi adatto a quella vestizione e vado a vedere giù che cosa c’è. Mai troppo a fondo: mi piace che il corallo sia ancora illuminato dal sole che filtra e mostri tutti i suoi colori. Ebbene, in questo reef di Ginger Island , che è un’isoletta selvaggia e deliziosa, c’è un vero giardino di gorgonie verdi e rosso porpora e poi madrepore dove girano intorno decine di pesci farfalla, razze, e piccoli squali di reef assolutamente inoffensivi.
Il mare è limpidissimo e risalendo in superficie mi sono resa conto che anche lì, in poche spanne d’acqua s’erano radunati sciami di pesci argentati e colorati. Ero avvolta in una nuvola ed ho capitò perché qualcuno chissà quando, ha messo a questo sito corallino il nome di Alice e delle meraviglie del suo mondo.

La verità, vi prego, su Stevenson

28 febbraio 2008 da Alice

È stato uno dei romanzi che abbiamo più amato da ragazzi: L’isola del tesoro - mappa originaleL’isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson, ci ha portato dentro la più bella storia di pirati mai scritta e ci ha fatto scoprire che esistevano isole lontane incantate. Non ci importava nulla sapere se quell’isola sulla quale favoleggiavamo esistesse davvero oppure no. Né ci premeva sapere esattamente dove fosse. Ciascuno nella propria fantasia la collocava nella sua mappa personale. Ma ora che siamo diventati grandi, la curiosità ce la siamo voluti togliere. Dato che molte isole dei tropici, rivendicano ciascuna (a torto) l’appartenenza a quel romanzo.L’Isola del Tesoro - Robert Louis Stevenson
Rileggendo “Treasure island” – è questo il titolo originale – gli indizi non sono chiarissimi. L’isola del tesoro è descritta come un crocevia dei Carabi dove imperversavano le flotte piratesche. Come fu alle Vergini. Dell’isola si raccontano le fattezze: piccola, con una vegetazione di cactus e cespugli e un’altura di roccia che pareva una vedetta. Si parla anche di una grotta sott’acqua a pochi metri dalla riva dove il tesoro sarebbe stato nascosto. Coinciderebbe sì con Norman Island come si sostiene ma era troppo poco (sto facendo l’avvocato del diavolo) per affermarlo con certezza. Dunque, sono andata a leggermi le biografie dello scrittore inglese. Ebbene, lui stesso confessò a un amico di aver costruito il suo romanzo – che comincia con la partenza di un vascello dal porto inglese di Bristol, scegliendo come isola reale per il teatro della storia, la piccola e selvaggia Norman che era allora come tutto l’arcipelago delle BVI, colonia di Sua Maestà.

Sapore di mare

25 febbraio 2008 da Alice

In giornate come queste, quando l’inverno, bene che vada, tira fuori un sole freddo, mi viene voglia di partire al caldo. Nel mio armadio, il guardaroba estivo non è mai riposto ai piani alti. È tutto lì, nell’anta di sinistra a portata di mano: se anche non dovessi usarlo, già vedere i miei bermuda e la sacca dei costumi mi regola l’umore.the Sugar Mill restaurant - Tortola

C’è un’altra cosa che mi regola l’umore e mi fa riassaporare il languore del Caribe: cucinare le polpette di pesce alla creola, come quelle che ho gustato al Sugar Mill, un ristorante di Tortola che occupa una vecchia distilleria di rhum. Mi erano piaciute così tanto che mi feci dare la ricetta. the Sugar Mill cookbookPer carattere, non riesco mai a seguire pedissequamente le ricette ma questa è semplice davvero e, nelle sere d’inverno mi fa evadere in quel mondo speziato rimasto nella memoria dell’olfatto e del palato.
Io ve la trascrivo e se vi va di farla, poi ditemi se non è vero che anche il gusto è un vero viaggio.
Ingredienti:
1 kg di polpa di pesce bianco
1 bicchiere di latte di cocco
300 grammi di farina di cocco
olio di oliva
zafferano
pepe fresco
zenzero fresco
Spinate accuratamente il pesce ancora crudo (il trancio di un grosso pesce facilita l’operazione) e sminuzzatelo su un tagliere senza schiacciarlo così da conservarne la fibra. Mettete in una terrina e aggiungete 1/2 cucchiaino di zafferano, pepe fresco e i 3/4 della farina di cocco preventivamente stemperata nel latte di cocco. Mescolate e fate riposare 15 minuti. Preparate piccole polpette del diametro di 4-5 centimetri e impanatele sul restante cocco grattugiato. Cucinate in casseruola con un filo d’olio di oliva e servite con una grattugiata di zenzero fresco.

Luna di miele senza necessaire

23 febbraio 2008 da Alice

Sulla spiaggia Savannah Bay, Virgin Gorda; particolare - thanks to ciasaidi Savannah Bay a Virgin Gorda ho conosciuto una coppia italiana. La spiaggia, una delle mie preferite, è lunghissima e formata da tante mezze lune. Stranamente è quasi sempre semi deserta. Anzi, a pensarci bene non è strano affatto perché le spiagge sono così tante ed il turismo di massa sconosciuto, che è facile trovare oasi di silenzio.
Li ho visti per due giorni consecutivi, stavano a un centinaio di metri da me, stesi al sole a leggere, a scambiarsi ogni tanto una tenera effusione. Involontariamente, sia che io che loro abbiamo deciso di andare in acqua a fare un bagno. Dato che la corrente mi ha spinto nel mio tuffo pigro verso di loro, li ho sentiti parlare: lui diceva a lei: “Domani ci compreremo anche la maschera, peccato non vedere quei coralli”. Sì, il fondale era striato di blu diversi a seconda che ci fosse sabbia oppure reef. Son tornata in spiaggia e dalla sacca ho preso la mia maschera e gliel’ho porta dicendogli di usarla finché avessero voluto. Mi hanno ringraziato: lui l’ha sistemata sul volto di lei e dopo un po’ hanno fatto cambio. Mentre ero sdraiata al sole li ho sentiti avvicinarsi. Venivano a restituirmela. Abbiamo fatto quattro chiacchiere e mi hanno raccontato che avevano perso il bagaglio. Non era mai partito dall’Italia verso Parigi, il primo scalo. A Parigi l’avevano saputo ma avevano deciso con un’alzata di spalle di partire lo stesso. Erano in viaggio di nozze, che importava, in fondo, non avere niente. Arrivati a Virgin Gorda, destinazione della loro luna di Miele, avevano acquistato immediatamente due costumi, due magliette, due bermuda. Ripromettendosi, il giorno successivo, di fare uno shopping più organico e completo. Ma ogni giorno rimandavano. Ora dopo ora, avevano capito che quello che mancava non era così fondamentale. Anzi, mi hanno detto in confidenza, che mai come in quel viaggio avevano goduto il mare, la natura, la potente semplicità di avere poche cose appresso. Perché questo dava loro l’impressione di essersi davvero isolati dal mondo, evasi dai riti quotidiani ed entrati in uno spirito dove la luna sapeva davvero di miele.