Shopping in Paradiso

8 febbraio 2009 da Alice

Recentemente ho visto “I love shopping”, film che ha come protagonista una giornalista ossessionata dagli acquisti. Lo shopping per lei è come una droga, tanto che l’ha portata a prosciugare tutte le sue carte di credito. Cose che capitano a New York, Parigi, Milano, Londra. Personalmente, preferisco frequentare luoghi meno frenetici, anche in fatto di acquisti. Il mio stilista preferito, lo sapete, è la natura, e lo showroom in cui passerei intere settimane non si trova in via Montenapoleone, ma nelle Isole Britanniche Vergini. È una questione di stile di vita: c’è chi pagherebbe oltre 500 Euro un paio di scarpe con tacchi a spillo, e chi ne spenderebbe oltre 1000 per regalarsi un fantastico viaggio a Tortola e camminare a piedi nudi su una delle sue meravigliose spiagge. Se poi non vi basta registrare nella vostra memoria gli incredibili colori del mare, i profumi portati dagli alisei, i suomi dei ritmi locali, le mille emozioni di un’uscita in barca a vela, ma volete portare a casa o regalare a chi amate un ricordo concreto, ecco un mio personale consiglio “per gli acquisti”. Si chiama “Sunny Caribee Spice”. Il laboratorio-vendita (qui lo chiamano factory) lo trovate al numero 119 di Main Street, Road Town, Tortola. La prima volta che sono entrata è stata un’esperienza indimenticabile per i miei cinque sensi. Una strepitosa galleria di colori ed odori, oggetti da mangiare con gli occhi e da toccare con mano. Spezie, caffè, saponi, litografie, stampe, mostarde, salse, vassoi, T-Shirt per bambini, libri, carte geografiche, oggetti a forma di tartarughe, gechi, pesci, barche, pellicani, ballerini caraibici e angeli: non vorreste più uscire! Se volete conoscere tutti i sapori di questo paradiso dello shopping, leggete la storia che mi hanno raccontato i proprietari…

Are you an island hopper?

18 gennaio 2009 da Alice

Se sì, se anche voi come me immaginate e desiderate una vacanza non statica, cambiando isola ogni giorno, senza dovere programmare un viaggio in un “pacchetto chiuso” prima di partire, mi permetto di suggerirvi una possibile scaletta dei vostri spostamenti e delle cose da non perdere.
Ovviamente, è un’ipotesi assolutamente personale che riflette i miei gusti e costruita con l’esperienza di tanti viaggi nelle British Virgin Island. Mettiamo allora che io abbia dieci giorni a mia disposizione, e che abbia scelto di non trascorrerli tutti in barca a vela.
Dopo l’arrivo a Tortola, mi fermerei un giorno ad esplorare l’isola, noleggiando uno scooter per esempio, e percorrere la strada che lambisce l’isola nel versante nord, il più selvaggio. Poi prenderei il ferry che tutti i giorni collega Tortola e Jost Van Dike: è un piccolo postale che in un ora e mezza raggiunge la fantastica isoletta. Alloggerei sicuramente al piccolo Sandcastle Hotel che ha i bungalow sulla riva di White Bay, una delle spiagge più belle dei Caraibi. Il quarto giorno tornerei a Tortola e da lì un altro ferry per l’isola di Virgin Gorda. Mi fermerei a Virgin Gorda minimo due giorni, per non perdermi una giornata sulla sabbia di Savannah Bay ed un’altra tra i graniti di The Baths. A Spanish Town, il minuscolo e unico villaggio, andrei al porto e mi prenoterei per un uscita con un centro diving per andare a fare un’immersione nelle secche della piccola Dog Island. A questo punto, tornerei a Tortola per recarmi all’aeroporto di Beef Island e contratterei un volo col piccolo aeroplano che raggiunge in 30 minuti la pista di sabbia di Anegada. Lì consumerei i miei ultimi tre giorni soggiornando al Reef Hotel. Trascorrerei le giornate tra il turchese del mare e le strade bianche da girare in mountan bike (la si noleggia nell’hotel), per vedere ogni laguna ed ogni spiaggia della vasta isola tutta di sabbia corallina.trasparenze1.JPG
Certo, per godere della variegata natura delle BVI  in ogni sua espressione, servirebbero tanti in giorni in più. Ma vi assicuro che se deciderete queste tappe, tornerete a casa sbalorditi e innamorati.
Col blu negli occhi e le trasparenze tatuate sulla pelle. Parola di Alice.

Una “giornata tipo”

3 gennaio 2009 da Alice

Una mia amica in partenza per le BVI era indecisa se passare le vacanze di Natale in barca oppure a terra.barca BVI
Era affascinata dall’idea della crociera in barca a vela ma non essendoci mai stata, pur amando molto il mare, non sapeva bene se il ritmo a bordo fosse troppo impegnativo o non adatto a lei. Allora mi ha telefonato chiedendomi come fosse la “giornata tipo” alle BVI per me.
Ciascuno è fatto a modo suo, ad ogni modo, dopo che le ho descritto una mia “giornata tipo” in barca, non avuto dubbi, ha prenotato subito e l’altro ieri mi ha mandato un sms pieno di entusiasmo.
Cosa le avevo raccontato? Cose “semplici”: sveglia naturale, quando il sole filtra dalle tendine dell’oblò e chiama a uscire fuori. Personalmente, il risveglio all’ancora sopra un fondale trasparente mi spinge al primo tuffo prima ancora di prendere un caffé. Il bagno del mattino, quando ancora tutto è immobile, è meraviglioso. Poi, mi asciugo al sole del pozzetto mentre faccio colazione: frutta fresca, pane burro e marmellata. Qualche briciola, si sa, la butto sempre ai pesci, che formano una nuvola al bordo delle murate della barca.
A metà mattina mi preparo per lo snorkelling con la mia piccola fotocamera subacquea e vado a zonzo tra i coralli a cercare souvenir da immortalare. Mi pongo sempre l’obiettivo di spezzare la nuotata in due, raggiungere una riva, camminare sulla sabbia e poi immergermi di nuovo per ritornare indietro. Così, fa presto a diventare ora di pranzo. Difatti, l’appetito c’è  ma a quell’ora prediligo un’insalata mista o un avocado. Capita pure che la mattina si trascorra un paio d’ore a vela, navigando verso un’altra isola. In quel caso mi godo il sole e i riverberi del mare. Poi dedico sempre qualche ora alla lettura: leggere un romanzo sdraiata sul ponte di una barca e navigare anche in quelle pagine… è impagabile. Talvolta arriva l’ora del tramonto senza che mi renda conto di aver passato tutto un pomeriggio a leggere sul mare. La notte è sempre carica di stelle e si rimarrebbe a guardarle per la notte intera così tante e luminose da sembrar vicine. Insomma, capite bene come Petra, la mia amica, si sia convinta che la barca a vela fosse proprio da provare per vedere le Isole Vergini Britanniche.

Ci vediamo Chez Bamboo

17 novembre 2008 da Alice

Sì, è proprio il posto giusto dove darsi appuntamento a Virgin Gorda, la sera, dopo che il sole è tramontato.
A cinque minuti di cammino dal porticciolo di Spanish Town,  ne sentirete già la musica nell’aria; musica blues o jazz dal vivo, suonata finalmente ad un volume dolce, che consente di parlare, di ascoltare, di cenare téte a téte. Perché Chez Bamboo è soprattutto un ristorante, di grande atmosfera e di ottima cucina. A patto che vi piaccia gustare i sapori creoli e cajun.
Io li adoro. Soprattutto quando si tratta di piatti a base di pesce. Mi piacciono i sapori meticci, le assonanze inusuali, le spezie.
Lo chef Joyce Rodriguez prepara benissimo le conch: i molluschi delle grandi conchiglie rosa che proliferano ai Carabi e che cucina sulla brace e poi condisce con una salsa d’erbe. Ma il piatto che ho preferito in assoluto sono stati i gamberoni alla creola.
Li ho chiesti come primo e poi come secondo. Mi son fatta dare la ricetta ma ad essere sincera non li ho ancora cucinati mai, per il timore di sbagliare. Anche se in fondo è facile: si mette a bollire mezzo litro d’acqua con cipolla, sedano, carota e alloro. Quando bolle si versano i gamberoni che cuoceranno appena due minuti. Quando si scolano, l’acqua si conserva. In una padella, si farà un soffritto di burro con ancora una cipolla sminuzzata, brandy, bacche di ginepro, curry e due cucchiai di farina. Bastano due minuti affinché tutto sia ben amalgamato e a quel punto si uniscono i gamberi e si lascia mantecare per cinque minuti, aggiungendo l’acqua conservata se la zuppa vi pare troppo asciutta. Vi assicuro che con a fianco due crostini e magari una spolverata di peperoncino, i gamberoni diventano indimenticabili.
Provateli se andate a Virgin Gorda, e prima, ricordate di telefonare e prenotare.
Questo è il numero: 4955752, dite pure che vi mando io.

Fuga da New York

15 settembre 2008 da Alice

No, il film di John Carpenter non c’entra: la fuga da New York di cui voglio raccontarvi è quella di Davide Pugliese. Quante volte avete sentito dire – o addirittura pensato voi stessi: “lascio tutto e vado a vivere su un’isola”.
Lui l’ha detto e poi l’ha fatto. E non che la vita gli andasse poi così male, anzi. Davide, nato a Torino e cresciuto a Firenze, era partito ventenne per New York dove nel cuore di Manhattan aveva aperto il suo studio fotografico. Ha lavorato tanti anni con successo: servizi di moda per Vogue e Cosmopolitan, entourages di artisti, via vai di bellissime donne. Il suo studio era un crocevia sempre affollato e Davide, tra un set e l’altro amava cucinare per gli amici. E cucinava bene. Tutti a dirgli: “dovresti aprire un ristorante!” Un giorno, mentre era in Australia per vacanza, conobbe Cele, un’australiana che navigava a vela in giro per il mondo e che divenne sua moglie. Anche a Davide Pugliese piaceva molto il mare. Tanto che poco tempo dopo presero insieme la grande decisione: fuggire da New York. Cercare un’isola dove inventare un’altra vita.
Entrambi conoscevano le Isole Vergini Britanniche e scegliere Tortola fu una scelta naturale. Oggi la loro casa si chiama Brandywine Bay; e a mio parere è il miglior ristorante di Tortola: affacciato sulla spiaggia che guarda il Sir Francis Drake Channel, è ideale per assaporare piatti deliziosi in una cornice straordinaria. Chiudete gli occhi: non vi immaginate già li? Eccovi: una terrazza sul mare, cena a lume di candela, e Davide che vi illustra come ha saputo combinare i sapori del mare e quelli della terra, giostrando magistralmente l’incontro tra gli ingredienti locali con quelli mediterranei: conch e callaloo, basilico e olio di frantoio extravergine di oliva, la pasta all’uovo fatta a mano, pesce caraibico e ottimi vini.
E non è finita: c’è anche il gusto di sapere che i sogni si possono tradurre in vita vera. Bisogna solo crederci e partire.
Ieri ho voluto salutarli e ci siamo parlati su Skype, a chiacchierare di come sono andate le vacanze. Per Davide e Cele non sono ancora finite, il Brandywine riapre a fine ottobre.

Necker Island, seconda puntata

17 agosto 2008 da Alice

A marzo scorso vi avevo raccontato del mio sontuoso viaggio a diecimila metri sul jumbo della Virgin Atlantic, da Londra verso Necker Island. Oggi voglio dirvi del mio arrivo all’isola, dove sono atterrata con l’elicottero messo a disposizione degli ospiti che vi soggiornano.
Necker non è un’isola- resort né un hotel.
Necker è l’isola privata di un imprenditore che si chiama Richard Branson che tra le palme ha fatto costruire la sua villa completa di quattro dependance, utili a ricevere ed ospitare i suoi amici. Amante dello stile coloniale balinese ha fatto edificare la sua casa tutta in legno dagli artigiani che quindici anni fa fece arrivare da Bali. Branson si gode la sua isola due mesi l’anno e nei dieci mesi rimanenti la affitta a chi come lui ama il mare vero. Perché anche se affittare Necker Island costa 15 mila euro al giorno è la verginità che si paga cara; la semplicità che nell’era dell’artefazione acquisisce il valore di una pepita d’oro. L’ho compreso appena entrata nella stanza a me riservata. Settanta metri quadri di pavimento in assi di legno dipinto all’acquerello di anilina; chaise-longue di teck e cuscini rivestiti di batik, tende bianche di mussola che il vento muove dolcemente e una terrazza-palafitta protesa sul mare, sul lato est dell’isola che guarda l’orizzonte atlantico. Niente frigo bar (come per magia qualcuno, discretamente, provvederà ad ogni desiderio); niente telefono sul comodino, ventilatore a pale al posto di un condizionatore e finalmente, niente televisore. Questo è soltanto l’inizio della mia vacanza a Necker Island ed è la che ho capito fino in fondo quanto il vero lusso sia diventato “togliere” e non aggiungere. Ovvero, liberarci dai vincoli della tecnologia, dalla reperibilità e da tutti gli accessori che finiscono, infine, per non farci mai sentire davvero lontano, davvero isolati e isolani.

Armi e bagagli

14 agosto 2008 da Alice

Ok, ammettiamolo. Sto diventando dipendente da questo blog: ma è più forte di me: vi narro delle mie isole, delle mia vita, delle mie emozioni, ed è per me ormai un appuntamento irrinunciabile, anche mentre sono in vacanza ;-)

A proposito di vacanza.. vi confiderò una cosa: ogni anno che passa, viaggio dopo viaggio, il mio bagaglio è sempre più ridotto. Le prime volte partivo con una grande Samsonite e benché piena, mi sembrava sempre che non fosse sufficiente a contenere tutti i miei effetti personali. Oggi ho dimezzato ingombro e peso e devo confessarvi che spesso torno con parte dei vestiti mai utilizzati.

Ho capito che nella mia full immersion di mare e di sole tutto ciò che mi necessita sono un paio di costumi e un paio di parei, più qualche maglietta con bermuda. Che la sera, un tubino blu insgualcibile o dei pantaloni bianchi da indossare con le mie camice leggerissime risolvono brillantemente le mie cene in un ristorantino pieds dans l’eau. Pinne e maschera son già certa di trovarle e stavolta non mi sono portata neppure il mio PC portatile, ché l’anno scorso è rimasto rigorosamente spento nella sua custodia. Mi aspetta il patio del mio bungalow sull’acqua dove anche questa volta poserò delle conchiglie e quella visione sarà il mio salvaschermo, il mio salvavita, il mio salvagente dalle fatiche di un anno di città.

Buona evasione anche a voi, ovunque voi siate!

PS parlando di valigie, mi è venuto in mente un post utilissimo che avevo letto tempo fa su Donnecolavaligia, un blog su cui ogni tanto faccio una capatina, scritto dalla brava Marina, che parla di donne viaggi e.. valigie! Questo il post su come prepararle al meglio: 10 ottimi consigli per far (bene) le valigie

Anche questo è amore

4 agosto 2008 da Alice

Ero indecisa, combattuta, non sapevo se scrivere questo post oppure no. .. le mie isole sono solari, vivaci, piene di vita.. e il ricordo di cui vi parlo.. beh, a suo modo lo è, pieno di vita. È una storia piena di tenerezza e verità.
Mi trovavo a bordo della barca di un diving club di Virgin Gorda. Accompagnavo un operatore subacqueo sopra il relitto del Rhone, si lo stesso con cui vi ho allietati con la musichetta di Yellow Submarine, e di cui avevo nostalgia venerdì scorso. Ebbene, eravamo sui fondali di Salt Island, lui doveva fare le riprese ed io aspettavo a bordo.
Fondali di blu intenso in quel mattino di bonaccia, tanto che era difficile immaginare quel lontano naufragio. Quel che resta del bastimento a vapore che giace sul fondale fu sorpreso dall’uragano quando nel 1867 faceva servizio postale tra le Vergini e l’Inghilterra. Il Rhone univa la colonia d’oltremare al Vecchio Mondo. Ora è casa di cernie, razze e fauna corallina: quel che la natura toglie prima o poi, in qualche modo, lo restituisce a nuova vita. C’era una ragazza sulla barca che aveva chiesto di potersi unire all’escursione. Era bionda, pelle chiara, veniva da Detroit e si chiamava Roxanne. A bordo era presente – oltre al capitano della barca – anche un ranger del Parco Marino.
Bene, questi i personaggi. Ora: l’azione. L’operatore era sceso giù per conto suo con un’attrezzatura che pareva stesse andando sulla luna. Roxanne, invece, aveva lentamente indossato la sua muta, le pinne, il gav, le bombole. Poi si era tuffata pronta per la sua immersione. Scesa in acqua, tirò fuori un minuscolo sacchetto che aveva (evidentemente) nascosto sotto la manica della muta nera. Il ranger che la seguiva passo passo se ne accorse. E la fermò. Erano ancora in superficie quando le chiese concitato che cosa nascondesse in quel sacchetto. Ché alle British Virgin Island è tassativamente vietato abbandonare alcunché nell’ambiente naturale. Roxanne si tolse la maschera e il boccaglio dell’erogatore. Spiegò lui la sua ragione. Io dal pozzetto della barca non capivo bene cosa stesse succedendo. Poi ho inteso. E quando ho inteso, mi si è stretto il cuore.
In quella bustina di plastica Roxanne custodiva le ceneri di sua nonna Elizabeth, mancata un mese prima. Si giustificò col ranger dicendo lui che la nonna aveva scritto nel testamento che le sue ceneri fossero disperse nelle acque che lei amava e aveva per tanti anni frequentato: quelle delle British Virgin Island. E in particolare, sopra quel relitto che tanto l’aveva appassionata.
Come ogni lieto fine che si rispetti, fu concesso ad Elizabeth di riposare laggiù, tra i pesci e i coralli di Salt Island, nelle acque delle Vergini di Sua Maestà, allegre e colorate certo, ma anche ricche di sentimento e custodi di tesori.

Un brunch con i pirati

5 luglio 2008 da Alice

Di tutti i Carabi e non solo delle Isole Vergini Britanniche, Norman Island incarna l’isola dei pirati per antonomasia.
Non soltanto perché ad essa sono riconducibili le coordinate dell’isola del tesoro narrata da Stevenson. La sua posizione strategica sul canale di Sir Francis Drake nonché le sue grotte e insenature hanno davvero costituito un crocevia di avventure bucaniere. Proprio a Norman, al centro della profonda baia “The Bight” è ancorato dal 1989 un vecchio veliero non più attrezzato a navigare ma adattato invece Willie T logo - thanks to www.williamthornton.coma bar e ristorante fluttuante: The William Thornton.
Lo riconoscerete perché alle sartie dell’unico albero rimasto è legata una bandiera nera con l’inequivocabile Jolly Roger, il teschio bianco dal ghigno ammiccante, simbolo universale dei pirati.
La William Thornton, o Willy T, come è chiamata e conosciuta da tutti alle BVI, ha rovesciato i termini delle avventure piratesche e per favorire l’arrembaggio ha predisposto ai suoi fianchi bitte e parabordi affinché sia agevole l’ormeggio di chi voglia sedersi al tavolo del suo ponte in legno.
Dopo il bagno tra secche coralline di Norman Island o una nuotata ai bordi della bianca mezzaluna della spiaggia, quel barcone vecchio eWillie T - thanks to  www.williamthornton.com suggestivo che nel riverbero del sole appare come fosse in una favola, è pronto a rifocillare i bagnanti , velisti e ogni tipo di avventore con menu del tutto consoni al suo stile: pesce alla brace, insalata di conch, spremute di guyava e ovviamente, dell’ottimo rum. Il servizio è caraibico e senza troppi convenevoli e per salire a bordo è gradita una mise informale, meglio se si tratta di costume da bagno e poco altro!
Un mio amico skipper racconta che ci sono serate in cui si puo’ bere insieme ad un centinaio di marinai, velisti o avventori per caso!
Cosa aspettate a fare un tuffo e riemergere a bordo del caro vecchio Willy??

Dire spiaggia è riduttivo

30 maggio 2008 da Alice

Quando leggo sui giornali le classifiche di Condé Nast Traveller e la vedo, sul podio delle spiagge più belle del mondo, mi dico che sì: tra le migliaia che ho visto, The Baths è davvero di irripetibile bellezza. the Cave at VG Baths - tks to ciasaiMa poi, pensandoci, chiamarla solo spiaggia non dà l’idea della follia geologica che la contraddistingue. La spiaggia esiste, certo, e si allunga per quasi 900 metri ma la sua prerogativa è la sequenza del granito, scolpito in massi enormi che in modo grandioso e surreale ne disegnano anfratti, grotte, piscine naturali.
Dal villaggio di Spanish Town, la strada che porta ad ovest dell’isola di Virgin Gorda, finisce dove il promontorio comincia ad essere tempestato di rocce tondeggianti. Virgin Gorda, The Baths - tks to BVI TBUn bistrot a palafitta di foggia coloniale (si chiama Top of The Baths) vi dice che siete quasi al dunque.
Un sentiero scende tra le agavi e le bouganville, serpeggia fin alla prima luna di sabbia dove l’esuberanza del granito che si erge sulla riva è una magnifica visione. Ma siamo solo all’inizio. Dall’ultima imponente roccia a sinistra della spiaggia, si apre un varco minuscolo che è l’incipit del sentiero più stupefacente che abbia visto mai. A tratti, è “addomesticato” da un camminamento in teak che consente di percorrere il dedalo fantastico tra i massi di granito e le anse marine che tra questi si nascondono. Chi ce li ha messi qua? Viene da chiedersi. Sembrano giganti posati sulla riva da una mano ribelle e visionaria. L’eco dei passi e delle voci si stempera nell’acqua che ha il colore perlaceo del turchese. Ogni tanto, le sculture di granito danno tregua ad una piccola spiaggia dove verrebbe voglia di fermarsi. Ma i passaggi successivi, rasenti a quel granito rosa affondato nella sabbia, inducono in tentazione irrimediabile. Un’emozione primitiva ti fa desiderare di voler essere l’unica persona – anzi la prima – ad aver scoperto quella meraviglia. Tra te e te, dici che – domattina ci tornerò da sola, all’alba, per sentirne fino in fondo la forza primordiale. The Baths vista dal mare è una bizzarra e spettacolare spiaggia; ma penetrata dentro il suo segreto non è più soltanto spiaggia. È la forma fantasiosa e impertinente di un’architettura naturale formatasi per imperscrutabili dinamiche geologiche. È un corto circuito dell’energia di terra e mare, che ha generato uno scenario non riproducibile.

Virgin Gorda, The Baths - tks to ciasai