WC con vista Mar dei caraibi

28 settembre 2009 da Alice

Non sono il capo ufficio stampa di Richard Branson, padre padrone della Virgin, uno tra gli uomini più ricchi del Regno Unito. Lo dico perché di lui e della sua isola privata alle Isole Vergini Britanniche, la Necker Island,Necker_Island ve ne avevo parlato in due post l’anno scorso, il 13 marzo e il 17 agosto. Come sapete, sono molto attratta dalla bellezza di questo arcipelago del Mar dei Caraibi, e il mio cuore è già impegnato con un uomo di mare che certo non può contare su un impero economico come Sir Richard. richard-bransonSe sono qui a raccontarvi di nuovo di Necker Island è per via di internet.
Da buona navigatrice, non ti pesco un sito dove è online un breve filmato su Necker Island?! Inizia con l’elicottero targato Virgin e il Sir, bello abbronzato, che scende sorridendo. È lui in prima persona che fa da Cicerone o, se preferite, da agente immobiliare, per presentarci l’esclusiva bellezza della sua piccola isola e dell’esclusivo resort che proprio lui ha voluto in perfetto in stile balinese. Passa dalla piscina con cascatella alle cucine, ci introduce nei vari salotti, ci mostra il box doccia (ohibò: c’è un uomo nudo dentro!), le stanze da letto, la veranda sul mare con alcune persone che si divertano a dare due colpi di golf, beve del vino bianco e si intrattiene con un’amica che ha affittato un po’ di camere. Un sottotitolo ci dice che è Mariah Carey… però!
Per i distratti, ricordo che l’isola è una sorta di rifugio per personaggi che abitualmente fanno bella mostra di sé sulle copertine delle principali testate mondane. La Principessa Diana, ad esempio, era un’assidua frequentatrice dell’isola. Qui ha ricaricato le sue batterie la bravissima Annie Lennox e lo scorso luglio, udite udite, David Beckham ha affittato tutta l’isola per festeggiare con la consorte Victoria Adams il loro 10° anniversario di matrimonio. Insomma, se vi piace visitare le nuove case dei vostri amici appena sposati, questo filmato vi soddisferà. Certo, tutto tutto no. Il campo da tennis non si vede, come anche l’area fitness. Però, alla fine, Sir Richard ci omaggia di un’immagine molto intima, oserei dire segreta: comodamente seduto su un WC posto sotto ad una tettoia, su un terrazzino, ammira spensierato un panorama mozzafiato, palme rigogliose, mare turchese, aria limpida… Sembra che pensi “E il naufragar m’è dolce in questo mare”. A proposito, per vedere il film: http://www.metacafe.com/watch/272592/richard_branson_necker_island/ Copiate e incollate sulla barra degli indirizzi.

Paul Cayard: numero da fuoriclasse alle BVI

21 settembre 2009 da Alice

I fedeli lettori di Caraibi Blues sanno che da un po’ di tempo a questa parte ogni tanto infilo nei miei testi un riferimento al “mio amato skipper”. Non svelerò mai il suo nome e comunque non è Paul Cayard.
Lo dico perché leggendo questo pezzo qualcuno potrebbe trarre delle conclusioni errate. Parlo di Cayard perché durante la Pro Am dello Scuttlebutt Offshore Championship, regata annuale tra i lettori di Scuttlebutt organizzata dal Bitter End Yacht Club di Virgin Gorda, ha stupito tutti con un colpo da fuoriclasse. Ecco come è andata. cayard_BVI
Nel bel mezzo del race è esplosa una sartia del suo IC26. Molti avrebbero maledetto la sorte e perso del tempo prezioso. Non Cayard. In un lampo, ha ceduto il timone ad un membro del suo equipaggio e, con la drizza dello spinnaker tra i denti, è salito a braccia in testa all’albero approntando una sartia di fortuna. Poi, con tutta calma, ha ripreso il timone ed è andato a vincere la regata.
Chi sconosce il mondo della vela sa chi è Cayard e non sarà stupito di quest’ultima impresa. Paul è salito a bordo di una barca per la prima vota a nove anni. Risiede a San Francisco ma, da buon marinaio, è sempre in giro. Uno dei suoi posti preferiti sono le acque e le isole delle BVI.
È stato il primo skipper americano ad aggiudicarsi nel 1998 la Whitbread Round the World Race a bordo dell’ EF Language. Nel 2005-2006 Paul era al timone del Pirates of the Caribbean, barca della Disney, nella Volvo Ocean Race, conquistando la tappa finale -fino a Goteborg – e piazzandosi al secondo posto della classifica generale.
Sette volte campione del mondo, è un veterano dell’America’s Cup, avendo partecipato a cinque edizioni, oltre ad aver preso parte a due Olimpiadi. Il suo traguardo più prestigioso l’ha raggiunto nel 1988 con la conquista del Star World Championship.P1090760_pnormal
Tra i premi ricevuti l’ammissione alla Sailing World Hall of Fame nel 2002 e l’elezione nel 1998 a Rolex Yachtsman of the Year.
Figlio di uno scenografo dell’Opera di S.Francisco, città in cui è nato il 19 maggio 1959, Paul Cayard come velista ha due padri putativi: l’americano Tom Blackaller, che conobbe quando aveva 18 anni e fece di lui un grande timoniere di Star (classe di cui nel 1988 è stato campione del mondo) e Raul Gardini, che a 25 anni gli affidò il timone del suo maxi Il Moro, e a 29 anni gli affidò la gestione della sfida miliardaria del Moro di Venezia per la Coppa America 1992, a San Diego.
Il “mio” skipper del cuore, ve lo giuro, ha sul suo comodino la foto di Paul Cayard.
Con soddisfazione vi dico che c’è anche la mia, ed molto più grande! ;-)

Dalla Foresta Nera a Virgin Gorda: la storia di Regine

1 agosto 2009 da Alice

Nella vita ci vuole fortuna.

Se oltre la fortuna, poi, si ha dalla propria parte anche un po’ di spiccioli, la vita è ancora più bella. Prendiamo ad esempio la storia di Regine Hodeige. Agli inizi degli anni novanta, lei e suo marito partono dalla loro casa in Germania, ai bordi della Foresta Nera, e arrivano alle BVI.  katitche-point_postkarte-1Fin qui tutto normale, un bel viaggio. Ma ecco che la fortuna ci mette lo zampino. Girovagando per Virgin Gorda, un piccolo incidente d’auto blocca Regine a Katitche Point. Piuttosto che arrabbiarsi, la coppia si guarda attorno: dal promontorio vedono la baia, le acque cristalline che brillano come in nessun altro luogo, le candide spiagge, la purezza del paesaggio…  Amore a prima vista, Regine e consorte decidono di costruirsi la casa per le vacanze a Katitche Point. Da qui in poi entrano in scena gli spiccioli. Cercano, trovano ed acquistano un pezzo di terra, costruiscono una casa.  Beh, il termine “casa” non rende l’idea.

Si tratta di una villa spettacolare: 5 grandi suite con vista sulle più belle gradazioni di blu che si possono immaginare.sun55set1 Così è nata Katitche Point Greathouse di Virgin Gorda, oggi membro dei Small Luxury Hotels of the World.

Per la mia amica Regine la bellezza naturale dell’isola ha giocato un ruolo fondamentale. Nell’introduzione del suo bel libro fotografico, Carribean Dreams, butta lì un interessante pensierino: “Le parole ‘presto’ e ‘brevemente’ non hanno alcun significato qui. Ci si sente in pace con sé stessi e con il mondo, i giorni hanno un ritmo che ci permette di avvicinarci alla natura”.

Dato che è un libro di immagini, Regine ha coinvolto il famoso fotografo tedesco Michael Wissing. Ho sfogliato le pagine del libro e devo dire che Michael è riuscito ha raggiungere l’anima dei Caraibi perché ha mostrato la realtà rimanendo lontano dai soliti cliché. Le foto riflettono non solo ciò che si vede, ma ciò che si sente dentro a noi stessi. Dal monocolore verde della Foresta Nera agli azzurri, turchesi, lapislazzuli e oro di Virgin Gorda. Basta avere fortuna, e un po’ di spiccioli.

Prego, prendere nota: Oil Nut Bay

12 luglio 2009 da Alice

David V. Johnson, seconda parte.

Ad onor del vero, il secondo tempo del post ch evi preannunciavo giovedì, lo voglio dedicare ad una sua creatura, il Resort Oil Nut Bay. Ne voglio parlare perché rappresenta il modo più intelligente di come si possa inserire l’uomo nella natura. Il complesso residenziale sorgerà su uno degli angoli più isolati e lussureggianti di Virgin Gorda, isola abitata da 1.600 persone discendenti da ex-schiavi o portoghesi. Cristoforo Colombo la battezzò “Vergine grassa” per via della sua curiosa forma, sottile alle estremità e tondeggiante al centro. Le splendide unità che formeranno il resort saranno costruite in perfetta armonia con il paesaggio, rispettando così la primitiva bellezza dell’ambiente.oil-nut-bay-beach1

Tutto è stato progettato e realizzato mettendo al primo posto la natura, qui rappresentata da circa 300 acri di terra, una baia di spiagge bianchissime e il mare turchese. La Oil Nut Bay ha applicato le sue regole eco-progressiste: solo 88 unità su una superficie di 300 acri, quando le norme locali ne permettono fino a 300. La Oil Nut Bay e il North Sound Yacht Club di David V. Johnson dimostrano che si possono realizzare resort e complessi residenziali di alto livello senza rinunciare agli ideali di vita eco-sensibili. Le offerte immobiliari con standard di eccellenza abitativa riguarderanno tutti gli 88 villini familiari della Oil Nut Bay che non offrirà solo l’esclusiva proprietà del villino, ma garantirà la più bassa densità abitativa in tutte le BVI.
Ogni unità abitativa sarà un pezzo architettonico unico, diverso da tutti gli altri. Non mancheranno le attrazioni per rendere il soggiorno piacevole come il Kids Club, meglio conosciuto come il Nut-House, dove i bambini potranno trascorrere un’intera giornata all’insegna delle attività acquatiche, artistiche e sportive.
Ci sarà anche un Centro Natura dove si potrà conoscere la storia locale, la flora e la fauna dell’isola.
Il Beach Club sarà il centro di socializzazione per le famiglie residenti, il cuore della comunità. La candida spiaggia è protetta dalla barriera corallina, con accesso diretto a Eustatia Sound, l’oceano e il Sir Francis Drake Channel.
Se volete dare un’occhiata a come procedono i lavori dovete salire in barca: dal mare, dietro al Bitter End Yacht Club, vedrete apparire un sogno.

Anche a De Niro piace fuggire a Necker Island

7 gennaio 2009 da Alice

A Capodanno si fugge, si va.. e in questi giorni in cui tutti tornano alla vita quotidiana e raccontano di viaggi, luoghi esotici e mondani, mi viene in mente un buen retiro d’eccellenza, amato anche da un mito quale il grande Robert: Necker Island.
Sull’isola forse più esclusiva al mondo ero stata invitata a trascorrere qualche giorno, per un fortuito e generoso caso della vita. L’isola privata di Richard Branson viene messa a disposizione per alcuni mesi l’anno a beneficio di chi può comprarsi una vacanza totalmente protetta dalla privacy e tuttavia, in totale libertà nel plen air della natura. Ero curiosa non soltanto di poter sperimentare la bellezza di un privilegio tropicale intatto ma soprattutto, di toccar con mano cosa spingesse le star dello spettacolo a scegliere un luogo piuttosto che un altro.
Cosa intendesse come  eden di vacanza chi negli agi viveva tutti i giorni. Vi aspettereste servitù in livrea ad ogni angolo? Tavole apparecchiate con argenti e lino? Suite con diavolerie elettroniche e rubinetteria dorata? Niente di tutto questo.
Necker e la sua grande villa in stile balinese è stata concepita per vivere nella natura, non per mettere barriere. È stata pensata per evadere dal mondo, non per continuare – virtualmente – ad essere nel mondo. In camera non avevo né televisore, né telefono, né aria condizionata. In camera, se camera si può chiamare, avevo una finestra che prendeva tutta una parete e che accedeva ad una terrazza sull’oceano. Quello era il mio maxi schermo. Tende di organza e seta di fattura balinese ondeggiavano alla brezza della notte e lasciavano filtrare il bagliore della luna. A tavola, di “camerieri” neanche l’ombra: al suo posto invece una mamy stile “via col vento” che grazie ad uno staff in cucina evidentemente ineccepibile, assecondava ogni più piccola richiesta e ritornava poco dopo ad appagarla con sapori gustosissimi e discrezione massima. L’equipe di Necker, l’unica a vedersi, era fatta di giovani, uomini e donne, belli come il sole, gentili, riservati, pronti ad accompagnarti in catamarano sui fondali chiari, o fare snorkelling in un banco di corallo ai limiti della barriera.
All’imbrunire, dopo il mare e il sole, trovavo in camera lumi di candela al profumo di vaniglia e sempre una bottiglia di Champagne ghiacciata, la cui etichetta era “Epernay for Necker island”. A cena, mettersi in abito da sera sarebbe stato davvero fuori luogo.  Nel patio che dominava l’isola e la casa, il calore delle luci basse lasciava intravedere il mare che pur di notte sorrideva con la schiuma sulla riva. E lasciava riconoscere le stelle, le tante stelle del cielo tropicale. E li ho capito cosa cercano le star dello star system quando “fuggono” dal loro mondo: cercano di dimenticar chi sono per il mondo, e finalmente ritrovarsi.

Una casa non solo da sfogliare

5 novembre 2008 da Alice

Sarà capitato anche a voi di sfogliare una rivista di architettura e arredamento e scorrere pagine e pagine di scatti fatti in dimore strepitose, tanto strepitose da chiedervi “ma esistono? O sono soltanto esercizi di stile di un architetto geniale e visionario, edificate con un senso astratto e non già un intento pratico di viverle?”infinity pool Katitche Point Great Villa
Quella di cui voglio parlarvi non soltanto esiste ma va vissuta: si può soggiornare in una delle sue suite, e sperimentare l’ebbrezza di abitare una villa da sogno che Architectural Digest non è riuscito ad illustrare in meno di 10 pagine: si tratta della maestosa Katitche Point Greathouse, progettata dall’architetto londinese Michael Helm.
Cos’ha di speciale questa villa? Innanzitutto la collocazione, che più felice non si può: sorge a Virgin Gorda, al limite della radiosa spiaggia di Savannah Bay, su un promontorio di granito.
La struttura è area, leggera, ariosa e sembra fondersi con cielo. Allo stesso tempo, ogni livello della villa si compenetra col mare, crea una sorta di continuo trompe-l’oeil fondendo gli spazi luminosi degli interni e delle terrazze rivestite in tek con i turchesi accecanti della laguna tropicale. Bagliori cristallini che sembrano davvero proseguire nella piscina sapientemente disegnata al margine del patio, come sospesa sopra i magici fondali dell’isola.
Non da meno sono gli interni, amaca di Katitche Point Great Villapavimentati in arenaria di corallo, arredati con il gusto che solo la vera architettura riesce a fare dialogare con le bellezze naturali. La chicca che vi consiglio di provare è il “rifugio” nella mansarda della Great Villa: un’amaca e tanti caldi cuscini sotto un cielo stellat, un buon libro e una tazza di tè sono la conclusione ideale di una beal giornata passata in giro per le spiagge dell’isola!

Estremo calore, estrema semplicità ed ogni possibile agio.
C’è solo una controindicazione per chi decidesse di soggiornarvi: è il rischio che Katitche Point vi catturi al punto di sottrarvi al resto e monopolizzi l’intera vostra vacanza alle BVI. Ve la sentite di correrlo?

Rockfeller che aveva visto giusto

25 settembre 2008 da Alice

Invidio sempre un po’ coloro i quali hanno avuto il privilegio di “scoprire” un luogo.
Voglio dire – scoprirlo prima di chiunque altro – e immaginare come poterlo rendere fruibile, godibile, abitabile; ma senza snaturarlo, anzi, cercando di sommare alla bellezza naturale l’ingegno, il tatto e l’opera dell’uomo.
Questa è la storia di uno dei resort di maggior pregio al mondo incastonato in una baia che continua ad essere tra le più belle del mondo: il Little Dix Bay. spiaggia del Little Dix Bay - thanks to Mariapaola
Era l’inizio degli anni Sessanta quando il magnate e filantropo newyorkese Laurence Rockefeller andò in vacanza sull’isola di Virgin Gorda, quasi deserta allora.
Acquistò quell’accecante mezzaluna che segnava il profilo di un fondale dai colori indicibilmente blu. Blu intermittenti ai celesti, ai turchesi, agli smeraldi.
Sì, era il posto giusto perché lì sorgesse un rifugio esclusivo e totalmente immerso nell’habitat della natura: e il Little Dix Bay nacque con quella precisa vocazione che per Rockefeller era una conditio sine qua non.
Rockfeller fu forse il primo nel mondo a concepire e a costruire con la visione che oggi chiamiamo eco-turistica: in fondo, era proprio lui a capo di numerose fondazioni americane che istituivano e sostenevano parchi naturali in tutto il mondo.
Oggi, dopo un restauro sapientissimo che ne ha conservato l’indole discreta, il Little Dix Bay continua ad evocare gli albori del turismo a cinque stelle ai Caraibi, pur con tutte le possibili sfumature di agio e di servizio.
Da parte mia, ricordo con nostalgia i giorni passati al Little Dix Bay nel corso degli anni: è sempre un piacere svegliarsi la mattina e restare abbagliati dalla bellezza della spiaggia, dal mare che luccica e sentire la brezza marina che soffia dolce. Unico dilemma del giorno: scegliere fra una passeggiata sulla sabbia o lasciarmi scivolare in acqua, fare un tuffo in mare o lasciarsi coccolare nella Sense Spa del resort. Devo dire che sorrido ancora se ripenso alla prima volta che il mio amico Gerard mi ha regalato un trattamento alla SPA del Little Dix: “Come faccio a rinchiudermi qua dentro? è scandaloso! questo panorama, questa bellezza e io devo rinunciare a stare all’aria aperta?”- Accettai per cortesia, pensando di rimpiangere la mia scelta. E, con mio grande stupore, subito cambiai idea quando vidi che la Sense Spa è cesellata tra le palme e le rocce. Una piccola infinity pool fa da sala d’attesa durante i minuti che anticipano i trattamenti scrub alle alghe e i massaggi alle essenze di aloe vera. Il personale, accogliente e gentilissimo, è abilissimo nel proporre i trattamenti che più sono indicati in base alla personalità di ognuno. Ed è un mondo ovattato, circondato da un lusso discreto e un’atmosfera di pace che rapisce mente e sensi. Da quel giorno la mia visita a quell’oasi di benessere è diventato un rituale di puro piacere che amo ripetere cullata dalla brezza marina e dal moto del mare ogni volta che visito le mie isole.

Necker Island, seconda puntata

17 agosto 2008 da Alice

A marzo scorso vi avevo raccontato del mio sontuoso viaggio a diecimila metri sul jumbo della Virgin Atlantic, da Londra verso Necker Island. Oggi voglio dirvi del mio arrivo all’isola, dove sono atterrata con l’elicottero messo a disposizione degli ospiti che vi soggiornano.
Necker non è un’isola- resort né un hotel.
Necker è l’isola privata di un imprenditore che si chiama Richard Branson che tra le palme ha fatto costruire la sua villa completa di quattro dependance, utili a ricevere ed ospitare i suoi amici. Amante dello stile coloniale balinese ha fatto edificare la sua casa tutta in legno dagli artigiani che quindici anni fa fece arrivare da Bali. Branson si gode la sua isola due mesi l’anno e nei dieci mesi rimanenti la affitta a chi come lui ama il mare vero. Perché anche se affittare Necker Island costa 15 mila euro al giorno è la verginità che si paga cara; la semplicità che nell’era dell’artefazione acquisisce il valore di una pepita d’oro. L’ho compreso appena entrata nella stanza a me riservata. Settanta metri quadri di pavimento in assi di legno dipinto all’acquerello di anilina; chaise-longue di teck e cuscini rivestiti di batik, tende bianche di mussola che il vento muove dolcemente e una terrazza-palafitta protesa sul mare, sul lato est dell’isola che guarda l’orizzonte atlantico. Niente frigo bar (come per magia qualcuno, discretamente, provvederà ad ogni desiderio); niente telefono sul comodino, ventilatore a pale al posto di un condizionatore e finalmente, niente televisore. Questo è soltanto l’inizio della mia vacanza a Necker Island ed è la che ho capito fino in fondo quanto il vero lusso sia diventato “togliere” e non aggiungere. Ovvero, liberarci dai vincoli della tecnologia, dalla reperibilità e da tutti gli accessori che finiscono, infine, per non farci mai sentire davvero lontano, davvero isolati e isolani.