Isole minori: le Vergini più Vergini

3 ottobre 2009 da Alice

Viaggiando in lungo e in largo per il mondo mi sono convinta che le isole più piccole, meno frequentate e più selvagge, hanno un fascino superiore, una bellezza più croccante. Piccolo è meglio anche alle Isole Vergini Britanniche. Sono perle sparse sull’oceano, e bisogna andare a scovarle. Salite sulla barca a vela del mio skipper del cuore: vi porto ad ammirarne quattro, tra le più splendenti.

Rotta verso Cooper Island. Arriviamo da nord. Lo rocce di Quart-o-Nancy fanno da paravento agli alisei. Vi invito a far silenzio per gustarci la splendida Manchionel Bay. Potevamo ancorare sulla punta a sud, a Carter Bay o a Houlover Bay, ma la piccola spiaggia di Manchionnel Bay, con i suoi pochi cottage a ridosso del mare, non ha paragoni. Seguitemi: vi porto a fare merenda all’ombra di un folto palmizio dove potete ammirare le principali isole che si trovano ad Ovest. Se fate i bravi stasera vi porto a cenare al Cooper Island Beach Club.
Ritorniamo in barca e andiamo a scoprire la seconda perla, Salt Island, chiamata così per i suoi tre stagni di acqua salata. Salt Island è stata per lungo tempo tappa regolare per le navi che solcavano i mari caraibici in cerca di sale per gli equipaggi di Sua Maestà la Regina. Il sale è venduto ancora oggi, potete acquistarlo anche voi, ma non esagerate perché nella nostra barca c’è poco spazio. Sì, sì,  vi accompagno a visitare queste curiose saline durante la raccolta del sale. Gli appassionati di immersioni li lasciamo ad esplorare il relitto del Rhone, un portale a vapore della Royal Steam Racket Company, affondato con tutto l’equipaggio nel lontano 1807. Il relitto è oggi parco marino nazionale e, poco più a nord, a Lee Bay, possono scendere i sub che desiderino esplorarlo.
Terzo giorno, terza perla: Peter Island. Appena la vedete capite subito perché è stata inserita nella classifica delle Top Ten Islands dal Conde Nast Traveller. Quest’isola è un vero gioiello della natura e gran parte della sua superficie appartiene al milionario norvegese Peter Smedwig che negli anni ’60 fece costruire il Peter Island Resort, uno tra i più prestigiosi del mondo. Noi, peones, ci fermiamo al Peter Island Yacht Club, a Deadmen’s Bay, oppure attracchiamo a Little Harbour, tra le piccole South Bay e White Bay. Vi obbligo a fare una passeggiata all’interno, immersi nella natura: mi ringrazierete per tutta la vita. norman-island
La breve crociera sta per finire. Ritorniamo verso il Francis Drake Chanel. Tra le numerose isolette scelgo di farvi scoprire la mia preferita: Norman Island.  Poco abitata, disseminata di grotte e caverne, è stata per anni covo di pirati. Stevenson l’ha mirabilmente descritta nel suo romanzo ‘L’isola del tesoro’. Avete appetito? Offro io. Ci sediamo al  William Thornton, un vecchio mercantile del Baltico, oggi trasformato in un curioso bar ristorante galleggiante. Non abbuffatevi, perché appena abbiamo finito di pranzare tutti in barca per visitare le celebri grotte di Treasure Point!

Paul Cayard: numero da fuoriclasse alle BVI

21 settembre 2009 da Alice

I fedeli lettori di Caraibi Blues sanno che da un po’ di tempo a questa parte ogni tanto infilo nei miei testi un riferimento al “mio amato skipper”. Non svelerò mai il suo nome e comunque non è Paul Cayard.
Lo dico perché leggendo questo pezzo qualcuno potrebbe trarre delle conclusioni errate. Parlo di Cayard perché durante la Pro Am dello Scuttlebutt Offshore Championship, regata annuale tra i lettori di Scuttlebutt organizzata dal Bitter End Yacht Club di Virgin Gorda, ha stupito tutti con un colpo da fuoriclasse. Ecco come è andata. cayard_BVI
Nel bel mezzo del race è esplosa una sartia del suo IC26. Molti avrebbero maledetto la sorte e perso del tempo prezioso. Non Cayard. In un lampo, ha ceduto il timone ad un membro del suo equipaggio e, con la drizza dello spinnaker tra i denti, è salito a braccia in testa all’albero approntando una sartia di fortuna. Poi, con tutta calma, ha ripreso il timone ed è andato a vincere la regata.
Chi sconosce il mondo della vela sa chi è Cayard e non sarà stupito di quest’ultima impresa. Paul è salito a bordo di una barca per la prima vota a nove anni. Risiede a San Francisco ma, da buon marinaio, è sempre in giro. Uno dei suoi posti preferiti sono le acque e le isole delle BVI.
È stato il primo skipper americano ad aggiudicarsi nel 1998 la Whitbread Round the World Race a bordo dell’ EF Language. Nel 2005-2006 Paul era al timone del Pirates of the Caribbean, barca della Disney, nella Volvo Ocean Race, conquistando la tappa finale -fino a Goteborg – e piazzandosi al secondo posto della classifica generale.
Sette volte campione del mondo, è un veterano dell’America’s Cup, avendo partecipato a cinque edizioni, oltre ad aver preso parte a due Olimpiadi. Il suo traguardo più prestigioso l’ha raggiunto nel 1988 con la conquista del Star World Championship.P1090760_pnormal
Tra i premi ricevuti l’ammissione alla Sailing World Hall of Fame nel 2002 e l’elezione nel 1998 a Rolex Yachtsman of the Year.
Figlio di uno scenografo dell’Opera di S.Francisco, città in cui è nato il 19 maggio 1959, Paul Cayard come velista ha due padri putativi: l’americano Tom Blackaller, che conobbe quando aveva 18 anni e fece di lui un grande timoniere di Star (classe di cui nel 1988 è stato campione del mondo) e Raul Gardini, che a 25 anni gli affidò il timone del suo maxi Il Moro, e a 29 anni gli affidò la gestione della sfida miliardaria del Moro di Venezia per la Coppa America 1992, a San Diego.
Il “mio” skipper del cuore, ve lo giuro, ha sul suo comodino la foto di Paul Cayard.
Con soddisfazione vi dico che c’è anche la mia, ed molto più grande! ;-)

Pro Am Regatta: principianti e campioni insieme

17 settembre 2009 da Alice

Certe cose succedono solo alle BVI.
Dopo avervi presentato la Premier’s Cup Yout Regatta, aperta esclusivamente a ragazzi e ragazze, ecco un’altra regata molto speciale e fuori dalle regole. Si svolge a Virgin Gorda, North Sound, dal 31 ottobre al 7 novembre, ed è organizzata dal Bitter End Yacht Club.
Fin qui tutto normale. Ma adesso arriva il bello. Provate ad immaginare di gareggiare a fianco di Serena Williams o Roger Federer sul tappeto verde di Wimbledon. Nel tennis, come per la maggior parte degli sport, questo è impossibile. proambvi
Nella vela e alle BVI, invece, si può. Basta partecipare alla Pro Am Regatta, unico evento al mondo che offre agli appassionati di vela l’opportunità di partecipare a una gara di alto livello accanto agli skipper più bravi.
La regata ha 22 anni di storia alle spalle e fin dalla prima edizione partecipano, sulle stesso campo di regata,  principianti, amatori e i migliori skipper dell’America’s Cup, vincitori di Olimpiadi e Campioni del Mondo.
Per la sua unicità la Pro Am Regatta è menzionata dai principali magazine come il New York Times, il Financial Times, Sports Illustrated, Sail, Fortune Small Business. Ampi servizi  si possono vedere sui network TV come il Fine Living Network, T2P TV,  senza contare le numerose pubblicazioni di viaggi, lyfstyle e di vela.
I navigatori professionisti lo considerano il “Campionato della Fantasia”, mentre per i comuni mortali è l’occasione per partecipare ed imparare.
Chiariamoci: la Pro Am non è una vera e propria gara, ma puro divertimento. Non importa avere esperienza e un curriculum di vittorie lungo due pagine. Gli unici requisiti richiesti sono una buona dose di coraggio e tanta volontà. La partecipazione dei “peones” della vela è alta, anche perché quando non ci sono le regate si può fare un po’ di snorkeling, del windsurf o semplicemente rilassarsi sulla spiaggia. E il divertimento? Figuratevi se il Bitter End Yacht Club non ci ha pensato! Ogni sera gli equipaggi amatoriali si uniscono a quelli dei professionisti per cocktail parties, cene, incontri nei migliori pub e numerosi altri momenti socializzanti. Tra i tanti eventi, vi segnalo il Seminario sullo Sport (con Paul Cayard e Zach Railley) e un sontuoso barbecue alla West Indian Beach. Menu: grigliate di pesce, pollo, patatine fritte, musica, balli caraibici…

Dalla Foresta Nera a Virgin Gorda: la storia di Regine

1 agosto 2009 da Alice

Nella vita ci vuole fortuna.

Se oltre la fortuna, poi, si ha dalla propria parte anche un po’ di spiccioli, la vita è ancora più bella. Prendiamo ad esempio la storia di Regine Hodeige. Agli inizi degli anni novanta, lei e suo marito partono dalla loro casa in Germania, ai bordi della Foresta Nera, e arrivano alle BVI.  katitche-point_postkarte-1Fin qui tutto normale, un bel viaggio. Ma ecco che la fortuna ci mette lo zampino. Girovagando per Virgin Gorda, un piccolo incidente d’auto blocca Regine a Katitche Point. Piuttosto che arrabbiarsi, la coppia si guarda attorno: dal promontorio vedono la baia, le acque cristalline che brillano come in nessun altro luogo, le candide spiagge, la purezza del paesaggio…  Amore a prima vista, Regine e consorte decidono di costruirsi la casa per le vacanze a Katitche Point. Da qui in poi entrano in scena gli spiccioli. Cercano, trovano ed acquistano un pezzo di terra, costruiscono una casa.  Beh, il termine “casa” non rende l’idea.

Si tratta di una villa spettacolare: 5 grandi suite con vista sulle più belle gradazioni di blu che si possono immaginare.sun55set1 Così è nata Katitche Point Greathouse di Virgin Gorda, oggi membro dei Small Luxury Hotels of the World.

Per la mia amica Regine la bellezza naturale dell’isola ha giocato un ruolo fondamentale. Nell’introduzione del suo bel libro fotografico, Carribean Dreams, butta lì un interessante pensierino: “Le parole ‘presto’ e ‘brevemente’ non hanno alcun significato qui. Ci si sente in pace con sé stessi e con il mondo, i giorni hanno un ritmo che ci permette di avvicinarci alla natura”.

Dato che è un libro di immagini, Regine ha coinvolto il famoso fotografo tedesco Michael Wissing. Ho sfogliato le pagine del libro e devo dire che Michael è riuscito ha raggiungere l’anima dei Caraibi perché ha mostrato la realtà rimanendo lontano dai soliti cliché. Le foto riflettono non solo ciò che si vede, ma ciò che si sente dentro a noi stessi. Dal monocolore verde della Foresta Nera agli azzurri, turchesi, lapislazzuli e oro di Virgin Gorda. Basta avere fortuna, e un po’ di spiccioli.

Leverik Bay Resort & Marina: l’ombelico del mondo a Virgin Gorda

23 luglio 2009 da Alice

La “Vergine grassa” ha per me un punto d’attrazione irresistibile: North Sound.
Alle BVI fare una classifica delle baie più belle è difficile. Io penso che sia anche sbagliato dare i voti. Con quale criterio si può giudicare, confrontare e stabilire una classifica? Ognuno ha un suo personale sistema di valutazione, ed è giusto che sia così. Io mi baso sui ricordi: i luoghi che dimorano nella mia memoria, perché legati ad un evento, un incontro, un’emozione, per me sono i più belli. North Sound è una baia fantastica perché qui ho conosciuto il “mio” skipper del cuore. Ho avuto fortuna: North Sound è la baia più frequentata dagli appassionati della vela e incontrare l’uomo giusto tra tanti lupi di mare non è mica poi così semplice. Galeotto fu il Leverick Bay Resort. leverick
Il Leverick Bay è un resort che sorge sull’incantevole laguna. I locali dicono che la particolare atmosfera del posto sia la stessa che secoli fa ha incantato pirati e che oggi incanta i velisti.
Le suite del Leverick Bay Resort hanno i nomi delle spezie delle West Indies: Cinnamon, Spice, Ginger e Nutmeg. Possono ospitare fino a 6 persone e comprendono zona giorno e zona notte, terrazza per il BBQ, un angolo cottura e una vista spettacolare su North Sound, Mosquito Island e il Mar dei Caraibi. Quanti tramonti e quante albe mi sono goduta dal mio terrazzo!
A poca distanza dalle suite c’è la piscina, lo shopping center, il centro benessere, i campi da tennis, il centro di water activities, atc atc. Io non ho mai messo piede in questi posti preferendo di gran lunga la spiaggia, la marina e il molo del Leverick, dove Nick e Monica, gestori del resort ormai da circa 25 anni, da bravi nostalgici del British Style, hanno avuto l’originale idea di mettere una cabina telefonica londinese trasformandola in doccia. Figuratevi che anche Sir Richard Branson, patron della Virgin, pare che abbia voluto essere ritratto sotto la doccia in cabina! :-) 3472937650_846e2fd854
Il Leverick Bay ha un’anima marinara: qui hanno sede le società Charter Virgin Gorda per il noleggio imbarcazioni e la marina del resort . Oltre alla vela, al Leverick Bay Watersports si può fare di tutto e di più: parasailing, snorkeling, pesca, kayak, corsi di diving o di sub. Oltre alla terrazza ed ai suoi panorami, ho un forte ricordo di un altro luogo: il Leverick Bay Restaurant. Qui ho conosciuto il mio skipper, anche lui goloso delle aragoste di Anegada. Mi ha colpito perché mentre tutti erano seduti a tavola, lui era l’unico in piedi a gustarsi le numerose fotografie appese alle pareti del ristorante. Soggetto: i momenti più belli dell’America’s Cup e delle maggiori gare di vela degli ultimi 100 anni. Da lì è scattata una magia, ma adesso mi fermo qua: non vorrete mica sapere tutto tutto, eh?

Prego, prendere nota: Oil Nut Bay

12 luglio 2009 da Alice

David V. Johnson, seconda parte.

Ad onor del vero, il secondo tempo del post ch evi preannunciavo giovedì, lo voglio dedicare ad una sua creatura, il Resort Oil Nut Bay. Ne voglio parlare perché rappresenta il modo più intelligente di come si possa inserire l’uomo nella natura. Il complesso residenziale sorgerà su uno degli angoli più isolati e lussureggianti di Virgin Gorda, isola abitata da 1.600 persone discendenti da ex-schiavi o portoghesi. Cristoforo Colombo la battezzò “Vergine grassa” per via della sua curiosa forma, sottile alle estremità e tondeggiante al centro. Le splendide unità che formeranno il resort saranno costruite in perfetta armonia con il paesaggio, rispettando così la primitiva bellezza dell’ambiente.oil-nut-bay-beach1

Tutto è stato progettato e realizzato mettendo al primo posto la natura, qui rappresentata da circa 300 acri di terra, una baia di spiagge bianchissime e il mare turchese. La Oil Nut Bay ha applicato le sue regole eco-progressiste: solo 88 unità su una superficie di 300 acri, quando le norme locali ne permettono fino a 300. La Oil Nut Bay e il North Sound Yacht Club di David V. Johnson dimostrano che si possono realizzare resort e complessi residenziali di alto livello senza rinunciare agli ideali di vita eco-sensibili. Le offerte immobiliari con standard di eccellenza abitativa riguarderanno tutti gli 88 villini familiari della Oil Nut Bay che non offrirà solo l’esclusiva proprietà del villino, ma garantirà la più bassa densità abitativa in tutte le BVI.
Ogni unità abitativa sarà un pezzo architettonico unico, diverso da tutti gli altri. Non mancheranno le attrazioni per rendere il soggiorno piacevole come il Kids Club, meglio conosciuto come il Nut-House, dove i bambini potranno trascorrere un’intera giornata all’insegna delle attività acquatiche, artistiche e sportive.
Ci sarà anche un Centro Natura dove si potrà conoscere la storia locale, la flora e la fauna dell’isola.
Il Beach Club sarà il centro di socializzazione per le famiglie residenti, il cuore della comunità. La candida spiaggia è protetta dalla barriera corallina, con accesso diretto a Eustatia Sound, l’oceano e il Sir Francis Drake Channel.
Se volete dare un’occhiata a come procedono i lavori dovete salire in barca: dal mare, dietro al Bitter End Yacht Club, vedrete apparire un sogno.

Architettura fa rima con natura

9 luglio 2009 da Alice

Alle Isole Vergini Britanniche è normale incontrare persone interessanti.

Prima di tutto la gente del posto, simpatica, allegra ed ospitale come il DNA caraibico comanda.
Poi ci sono gli innamorati della vela: arrivano a bordo delle loro barche, piccole e grandi, o in aereo, per poi noleggiare, immediatamente, una barca per veleggiare con i generosi soffi degli alisei. Gli stessi turisti sono sempre un po’ speciali perché scegliere le BVI con meta di un viaggio significa avere una spiccata sensibilità verso la bellezza e una forte attrazione per le emozioni vere, difficili da dimenticare. Infine, può succedere di conoscere persone che hanno un carisma particolare.
Recentemente ho avuto la fortuna di incontrare un uomo che fa parte dell’esclusiva categoria dei “realizzatori di sogni”. Si chiama David V. Johnson ed è il presidente della Victor International Oil Nut Bay.

David non è originario delle BVI. La sua storia, come quella della Oil Nut Bay, parte dal Michigan. Quando aveva vent’anni, David ha sfidato la prognosi medica che lo voleva in carrozzella per il resto della vita. Ora cammina, fa immersioni ed è uno dei più accreditati immobiliaristi nel panorama internazionale. “Immobiliarista” è un termine che a noi italiani fa venire in mente “mattoni e cemento”. Non è il caso del signor Johnson. quality-of-life-201Lui si occupa della creazione di ambienti residenziali e lavorativi nel pieno rispetto del territorio sotto il profilo sociologico ed ecologico. Lo straordinario talento professionale e creativo del suo team è uno degli elementi che rendono la Oil Nut Bay unica nel suo genere nella realizzazione di complessi residenziali qui alle BVI. Negli USA, David ha ottenuto numerosi riconoscimenti per la sua politica ambientale che prevede una regola ferrea: costruire e promuovere un’architettura in armonia con l’ambiente naturale. Ad esempio, è stato  proclamato ambientalista dell’anno dalla Michingan Chamber of Commerce. Maggiori dettagli nel prossimo post.

La storia del Bitter End Yacht Club raccontata da una pirata

8 giugno 2009 da Alice

Mi ha sempre incuriosito conoscere i retroscena di un posto, soprattutto alberghi e resort.
Prendiamo il Bitter End Yacht Club, una chicca di resort che si trova nell’isola di Virgin Gorda, nel North Sound. Oggi le sue acque turchesi sono protette, calme e tranquille, mentre più di tre secoli fa erano decisamente agitate. I primi “turisti” furono i pirati e i navigatori solitari provenienti dall’Inghilterra, gente d’azione come Sir Francis Drake e Sir John Hawkins. Arrivavano, gettavano l’ancora al largo di spiagge bianche e soffici come borotalco e via con le loro incursioni. L’intrepido pirata Hawkins rimase legato a queste acque: narra la leggenda che il suo corpo è in fondo al mare, da qualche parte.
Facciamo un bel salto indietro nel tempo ed eccoci al 1964, quando la famiglia Hokins mise piede nell’isola di Virgin Gorda.
La naturale bellezza di North Sound affascinò a tal punto gli Hokins che ne divennero assidui frequentatori. L’unico punto in comune con i pirati è che amavano andar per mare.
Un’estate si accorsero che in una baia era sorto un pub, circondato da cinque cottage, chiamato Bitter End. Un pioniere degli yacht locale, tale Basil Symonette, lo aveva fatto costruire apposta per i noleggiatori di barche. Non era un cinque stelle, ma aveva il suo fascino. La sistemazione era di tipo rustico: letti con fogli di carta, nei bagni scorreva solo acqua fredda, di sera la luce si accendeva grazie ad un piccolo generatore a diesel. Quando arrivava qualche visitatore per la cena non si recava alla reception. Semplicemente, attraccava lungo un molo di legno e suonava il corno ad aria. Se l’eccentrico Basil era in giornata, avrebbe risposto con un megafono e i visitatori potevano scendere e mangiare una buona bistecca. Myron e Bernice Hokins divennero ben presto assidui frequentatori del Bitter End durante le loro crociere invernali alle Isole Vergini Britanniche. Durante una delle ultime visite, Myron chiese a Basil di poter acquistare o affittare un piccolo pezzo di terreno per costruire il proprio cottage. La risposta di Basil arrivò dopo qualche settimana ed era un tondo “no”. O meglio, era un “no” alla concessione del terreno, ma “sì” all’acquisto di tutto il Bitter End. Gli Hokins non poterono rifiutare, così nel 1973 diventarono i nuovi proprietari. Nonostante nessuno di loro avesse esperienza nella gestione alberghiera, l’entusiasmo era alle stelle. Coi loro nipoti e un cestino da pic-nic, cominciarono ad esplorare le isole, scorrazzando da Anegada ai Dogs. La barriera corallina circostante offriva la possibilità di fare snorkeling e immersioni. Le altre isole e baie erano lussureggianti e vi si potevano cercare tantissime conchiglie. Le acque offrivano una variegata fauna marina. La zona era l’ideale per navigare, pescare, fare snorkeling, immersioni e tantissimi altri sport acquatici. bitter_end_yacht_club_virgin_gorda.JPGInsomma, le caratteristiche c’erano tutte per poter condividere questo paradiso con altre persone. Le escursioni che oggi si possono fare al Bitter End si ispirano a queste considerazioni famigliari degli Hokins. Anche i nativi erano entusiasti. Grazie al loro aiuto, nel corso di tredici anni il Bitter End Yacht Club è diventato il resort più esclusivo al mondo per sport acquatici.
L’architetto Peter Brill si è occupato del progetto, lavorando su tre aggettivi: organico, funzionale, bello.
Giuro che c’è riuscito.
I miei occhi da “pirata” hanno subito rubato lo splendido parco tropicale, la preziosa spiaggia isolata, il tesoro rilassante del centro benessere e la perla di una comoda piscina.

Rockfeller che aveva visto giusto

25 settembre 2008 da Alice

Invidio sempre un po’ coloro i quali hanno avuto il privilegio di “scoprire” un luogo.
Voglio dire – scoprirlo prima di chiunque altro – e immaginare come poterlo rendere fruibile, godibile, abitabile; ma senza snaturarlo, anzi, cercando di sommare alla bellezza naturale l’ingegno, il tatto e l’opera dell’uomo.
Questa è la storia di uno dei resort di maggior pregio al mondo incastonato in una baia che continua ad essere tra le più belle del mondo: il Little Dix Bay. spiaggia del Little Dix Bay - thanks to Mariapaola
Era l’inizio degli anni Sessanta quando il magnate e filantropo newyorkese Laurence Rockefeller andò in vacanza sull’isola di Virgin Gorda, quasi deserta allora.
Acquistò quell’accecante mezzaluna che segnava il profilo di un fondale dai colori indicibilmente blu. Blu intermittenti ai celesti, ai turchesi, agli smeraldi.
Sì, era il posto giusto perché lì sorgesse un rifugio esclusivo e totalmente immerso nell’habitat della natura: e il Little Dix Bay nacque con quella precisa vocazione che per Rockefeller era una conditio sine qua non.
Rockfeller fu forse il primo nel mondo a concepire e a costruire con la visione che oggi chiamiamo eco-turistica: in fondo, era proprio lui a capo di numerose fondazioni americane che istituivano e sostenevano parchi naturali in tutto il mondo.
Oggi, dopo un restauro sapientissimo che ne ha conservato l’indole discreta, il Little Dix Bay continua ad evocare gli albori del turismo a cinque stelle ai Caraibi, pur con tutte le possibili sfumature di agio e di servizio.
Da parte mia, ricordo con nostalgia i giorni passati al Little Dix Bay nel corso degli anni: è sempre un piacere svegliarsi la mattina e restare abbagliati dalla bellezza della spiaggia, dal mare che luccica e sentire la brezza marina che soffia dolce. Unico dilemma del giorno: scegliere fra una passeggiata sulla sabbia o lasciarmi scivolare in acqua, fare un tuffo in mare o lasciarsi coccolare nella Sense Spa del resort. Devo dire che sorrido ancora se ripenso alla prima volta che il mio amico Gerard mi ha regalato un trattamento alla SPA del Little Dix: “Come faccio a rinchiudermi qua dentro? è scandaloso! questo panorama, questa bellezza e io devo rinunciare a stare all’aria aperta?”- Accettai per cortesia, pensando di rimpiangere la mia scelta. E, con mio grande stupore, subito cambiai idea quando vidi che la Sense Spa è cesellata tra le palme e le rocce. Una piccola infinity pool fa da sala d’attesa durante i minuti che anticipano i trattamenti scrub alle alghe e i massaggi alle essenze di aloe vera. Il personale, accogliente e gentilissimo, è abilissimo nel proporre i trattamenti che più sono indicati in base alla personalità di ognuno. Ed è un mondo ovattato, circondato da un lusso discreto e un’atmosfera di pace che rapisce mente e sensi. Da quel giorno la mia visita a quell’oasi di benessere è diventato un rituale di puro piacere che amo ripetere cullata dalla brezza marina e dal moto del mare ogni volta che visito le mie isole.

La diagnosi di un’isola

13 maggio 2008 da Alice

Ho sempre pensato che ogni isola è “privata” per definizione, dato che il suo perimetro delimita uno spazio eletto. Eppure, quand’essa è privata anche nel senso più concreto del termine, acquista certamente un appeal particolare. Come Peter Island, che ospita l’omonimo resort e che Condè Nast Traveller ha inserito nella sua classifica di “Best Places to Stay in the World” and “Top 20 Islands”.
Una prerogativa, quella di un dorato isolamento marino, che accende in ogni ospite che lo frequenti la sensazione di un profondo privilegio, di una identificazione con l’isola stessa come fosse un’entità vivente che lo riflette, che lo assimila alla sua insularità.
Lo scrittore Lawrence Durrell, analizzò questa sorta d’incantesimo nel suo romanzo Riflessi di una venere marina. Scrisse così:
“Da qualche parte, ho trovato una volta un elenco di malattie non ancora classificate dalla scienza medica; tra queste compariva il termine “islomania”, descritta come un’afflizione dello spirito rara, ma per nulla sconosciuta. C’è gente che trova le isole irresistibili. La semplice consapevolezza di trovarsi su un’isola, un piccolo mondo circondato dal mare, provoca loro un’inspiegabile ebbrezza.”
Soffro anch’io di quella malattia e non ne guarirò mai. Credo che ne soffrisse anche il magnate norvegese Torolf Smedvig che alla fine degli anni ’60 sperimentò di Peter Island i doni di una natura verginale. Vi costruì il lussuoso ma discretissimo resort che tutt’ora contagia di quella malattia chi vi si abbandoni con il corpo e con la mente. È allora che l’isola la si sente respirare e a poco a poco, prenderci per mano e accompagnarci nel segreto delle sue cinque spiagge.Deadman Bay at Peter Island Resort - thanks to ciasai